il BONDGUSTAIO

PREGO MONSIEUR CHAMPAGNE.

IL MARTINI PUO’ ASPETTARE!

Tutti conoscono la passione di James Bond per il cocktail Martini, del quale è stato
promotore con i suoi celebri tormentoni, ricette e manie. Pochi fanno caso, invece, ad
un’altra simbiosi vitale per il personaggio di Fleming, meno nota, ma più discreta e
persistente: quella tra Mr. Bond, appunto, e Monsieur Champagne, fedele compagno
in molti romanzi e in quasi tutti i film.
La nascita
Questo aristocratico elisir,
sostenitore di Bond in tante
avventure galanti, ebbe i natali verso la metà del Settecento,
nell’abbazia di Hautvillers (regione dello Champagne), e la
sua apparizione sulla terra si deve a un sant’uomo, il frate
benedettino Dom Pérignon. Costui, che si occupava delle
vigne dell’abbazia, scoprì un fatto singolare, sempre sfuggito
all’attenzione di tutti: il vino, dopo la prima e tempestosa
fermentazione nei barili, ritorna a fermentare una seconda
volta, 5-6 mesi dopo, ma nel chiuso ermetico della bottiglia.
Con questa scoperta lo champagne non era però nato.
Bisognava eliminare i fondi per rendere limpido il vino, senza,
però, fargli perdere il suo fascino e la sua vivacità. Ma il
bravo benedettino vi riuscì e lasciò scritto nel suo testamento
ciò che si doveva fare:
“Riposino le bottiglie nella posizione in cui riposano gli uomini, gli esseri viventi. Il vino è anch’egli un essere vivente.
Tenetele, perciò, coricate il più a lungo possibile. Concedete loro un abbondante sonno, di due, tre, quattro anni. Tutte
le scorie, allora, si adageranno lungo la pancia della bottiglia. Poi
piano, piano, conficcando il collo della bottiglia in un cavalletto
pieno di fori, fatela lentamente ruotare, di un quarto di giro al
giorno, accentuando la pendenza della bottiglia verso il tappo. Al
termine di questa lunga e paziente operazione, troverete le bottiglie
messe a testa in giù e tutti i fondi portati verso il sughero. Basterà
stapparle e vedere partire col primo fiotto di spuma il tassello di
scorie e rapidamente ritapparle perché possano essere offerte agli
uomini che hanno bisogno di conforto e di gioia.”
Ancora oggi, per la nascita dello champagne, tutto avviene come ai
tempi di Don Pérignon e ogni chef de cave rispetta quel sacro codice.
L’inizio di un’amicizia: i libri
Il memorabile colpo di fulmine tra 007 e Monsieur Champagne viene descritto in Casino Royale, il primo romanzo,
quando:
“Il maitre si inchinò e, prima di andarsene, fece un
cenno al sommelier che accorse con la lista dei vini.
- Se siete d’accordo, - disse Bond a Vesper, - questa sera
pasteggerei a champagne. E’ un vino allegro e adatto
alle circostanze…Così spero.
- Per me va benissimo, - rispose Vesper.
Bond posò il dito sulla lista e si rivolse al sommelier:
-Taittinger ‘45?
- E’ un vino perfetto, Monsieur, - disse il sommelier –
ma, se mi consente, io suggerirei il Blanc de Blanc Brut
1943, della stessa marca. E’ incomparabile.
Va bene, - acconsentì Bond, e aggiunse rivolto alla
ragazza - Non è molto conosciuto ma probabilmente è il
miglior champagne del mondo.
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Non si tratta di un fugace flirt, infatti il Taittinger Blanc de Blanc Brut piacerà così tanto a Bond che, al suo ritorno
nella zona di Royale-les Eaux, in On Her Majesty’s Secret Service1, ne richiederà un’altra bottiglia, ormai divenuta la
sua bevanda tradizionale in quella zona della costa francese. Il nome esatto con il quale si può trovare in commercio è
Taittinger Comtes De Champagne Blanc de Blanc Brut: non è un errore o un caso che Fleming ne abbia citato solo
parzialmente il nome, ma una licenza poetica, quasi un marchio di fabbrica, come avviene con riferimento ad altre
passioni tipiche di 007, quali quelle per gli orologi della Rolex, delle armi semiautomatiche o delle automobili del
marchio Bentley.
Bond ama così tanto questo
champagne che, nella scelta dei cibi da
accostarvi, ripone un’attenzione
maniacale da egli stesso ammessa con
una punta di autocompiacimento:
“Bisogna perdonarmi, ma ho la mania
di preoccuparmi eccessivamente per
tutto ciò che mangio e che bevo.
Questo deriva dal fatto che sono uno
scapolo, ma soprattutto dall’abitudine
di dare molto importanza ai
particolari. Fa un po’ pedante e
vecchia zitella, è vero, ma, quando
lavoro, io mangio quasi sempre da solo, e l’attenzione a cibi e bevande rende il mio pasto un po’ più piacevole.
Vesper sorrise. – Mi piace fare le cose fino in fondo e ricavare il massimo da tutto. Penso che bisognerebbe vivere solo
in questo modo…”
Così, dopo che Vesper ha ordinato rognon
de veau alla griglia con pommes soufflées
e fragole di bosco con molta panna (cena
che Bond definisce “molto semplice e
sana”), 007 chiede:
“…molti crostini. La difficoltà - spiegò a
Vesper – non è tanto quella di avere
abbastanza caviale, ma quella di avere
abbastanza crostini. Quanto a me, - disse,
dando un’ultima occhiata al menu, - farò
compagnia alla signorina col caviale. Poi
vorrei un piccolo tournedos molto cotto,
con salsa béarnaise e un fondo di carciofo.
E, mentre la signorina gusterà le sue
fragole, io prenderò mezzo avocado
condito alla francese.”
1 I titoli dei romanzi sono in lingua originale per evitare confusione con gli omonimi film dei quali è, invece, citato il
titolo italiano.
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La predilezione bondiana per l’etichetta recante l’effigie del cavaliere teutonico diventa tanto importante da essere nota
perfino a M, che al Blades, esclusivo club londinese, esclama rivolgendosi a 007:
“E dopo?” chiese M. “Champagne? Io sono vecchio e lo champagne per me non va bene. Ne abbiamo di buon
champagne vero Grimley? Certamente non di quello di cui parli sempre; è difficile trovarne in Inghilterra. Taittinger si
chiama, se non sbaglio. Bond sorrise notando la buona memoria di M. “Si,” disse,” ma è solo una delle mie manie.”
Questa casa venne fondata nel 1734 grazie a Jacques Fourneaux, che si unì ai Taittinger, i quali avevano lasciato la
Lorena per prendere la cittadinanza francese. La sede è a Reims e la produzione annua, alimentata da 272 ettari di
splendidi vigneti, ha toccato di recente i 4 milioni di bottiglie annue. Il suo prodotto più rinomato è il Comtes de
Champagne.
“Blanc de blanc” non è un nome proprio, ma indica una caratteristica trasversale a tanti champagne, la provenienza,
cioè, da vitigni esclusivamente bianchi. “Brut millésimé” definisce invece i prodotti di più alta classe selezionati dalle
migliori vendemmie: bottiglie “folli”, per veri amatori, che talora diventano pezzi rari da collezionisti e che si
producono con i crù (vini provenienti da una determinata zona viticola o addirittura da un solo vigneto) della stessa
annata2.
Nel corso del tempo 007 prova tanti altri tipi di champagne, sempre comunque di alto “lignaggio”. A tavola con M, in
Moonraker, viene ordinato il Dom Perignon del 1946, testimone di un
simpatico momento bondiano:
“stasera vorrei proprio dello champagne. Quanto alla scelta, penso di
lasciarla a Grimley.”
Grimley ne fu lusingato. “Se mi è permesso, suggerirei Dom Pérignon del
‘46. La Francia lo vende solo dietro pagamento in dollari, per cui, a
Londra, è difficile trovarlo. Quello che abbiamo è un dono del Regency
Club di New York, signore […] Ne ho qualche bottiglia in ghiaccio”
Bond approvò con un sorriso.
“Vada per quello, Grimley,” disse M. “Don Pérignon; portatelo subito, se
non vi dispiace.”
Si avvicinò una cameriera che mise sul tavolo un vassoio con tartine
abbrustolite, e un piatto d’argento con burro di Jersey. Mentre si chinava
sul tavolo, la sua gonna sfiorò il braccio di Bond, che alzando lo sguardo
vide due occhi vivaci e scintillanti sotto una vaporosa frangia di capelli.
Quegli occhi fissarono i suoi per una frazione di secondo, poi la ragazza si
allontanò rapida; Bond seguì con lo sguardo il fiocco bianco della sua cintura, e il colletto e i polsini inamidati della
sua uniforme. Socchiuse gli occhi ricordando un locale della Parigi anteguerra dove le ragazze erano vestite con la
stessa eccitante austerità; poi si voltavano e mostravano il sedere nudo. Sorrise. Ormai la legge Marthe Richard aveva
cambiato tutto.”3
Il Dom Pérignon, la cui etichetta venne depositata e lanciata nel 1936 per il viaggio inaugurale del transatlantico
Normandie, da Eugène Mercier, inventore della cuvée speciale, è uno dei pochi champagne che portano un nome
storico, anziché quello del produttore. Esso, infatti, è la punta di diamante della Moet et Chandon, azienda che
possiede il più vasto appezzamento vinicolo della Champagne (ben 500 ettari) e che, grazie anche ad un’impeccabile
politica commerciale, ha raggiunto un’indiscussa leadership sui mercati. La produzione annua ha ormai superato i 20
milioni di bottiglie, e si calcola che, nel mondo, ogni due secondi ne venga stappata una bottiglia. L’antichità della
casata è all’altezza della sua fama che risale al 1792, quando Jean – Rèmy Moet subentrò al padre Nicolas-Claude nella
direzione della cantina di famiglia.
Per tornare alla cena, mentre M ordina caviale Beluga, rognone ai ferri, una fetta di prosciutto affumicato con contorno
di piselli e patate novelle e, come dolce, fragole al Kirsch, 007, per pasteggiare a Dom Pérignon, sceglie salmone
affumicato, e “cotolette di agnello con lo stesso contorno che avete ordinato voi. Poi, visto che siamo in maggio,
asparagi con salsa béarnese. E magari una fetta di ananas”.
Più tardi allo stesso champagne Bond aggiunge, sotto lo sguardo indulgente del suo commensale, una punta di
benzedrina4, presa dalla propria impiegata al gabinetto medico del quartier generale, allo scopo di essere più lucido e
sicuro al tavolo da gioco, dove lo aspetta per un’importante sfida Hugo Drax, e, non secondariamente, per potenziare il
gusto delle vivande.
In Goldfinger, compare il Pommery Rosè del 1950, che, bevuto in coppe d’argento, “sapeva di fragola”, e che
vivacizza una luculliana cena a Miami a base di granchi di scoglio, reiterando il collaudato accostamento champagne-
2 “Brut sans année” definisce gli champagne leggeri, freschi, allegri, particolarmente adatti come aperitivi; sempre di
elevata qualità, ma senza grandissime pretese. “Demi-sec”, infine, indica il prodotto che si distingue dai brut per un
sapore più dolce e per essere più adatto ai dessert.
3 traduzione di Roselia Irti Rossi, Garzanti.
4 Andrea Carlo Cappi - Coffrini Dall’Orto, Mondo Bond – Tutto quanto fa 007, Punto Zero, 1999.
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crostacei5. Il caratteristico colore del rosè viene ottenuto grazie ad una fermentazione effettuata prolungando il contatto
con le bucce dell’uva di Champagne a bacca rossa.
Esso può riuscire molto gradito, soprattutto allo stesso 007, che beve anche il Veuve Clicquot Rosè sia con la
misteriosa Domino Vitali in Thunderball, accompagnato da “cinquanta dollari di caviale Beluga, cioè il minimo che
occorre ordinare se ne volete più di un cucchiaino”, sia con la seducente Tiffany, in Diamonds are Forever per cenare
a base di caviale, cotoletta, caffè, liquori, stinger e Martini alla vodka a profusione: Bond si stupisce che Tiffany finisca
il pasto con il vin triste!
Dello stesso champagne, ma non rosato, 007 ne aveva ordinato già due bottiglie al night-club Roi Galant, a Royal, con
uova al prosciutto. Il Veuve Cliquot, tra i più citati da Fleming, deve il suo successo ad una donna, Madame Nicole
Barbe Ponsardin, che nel 1799 andò sposa al signor Francois Cliquot, erede di una famiglia, la quale già allora
produceva 30 milioni di bottiglie di champagne ogni anno. Rimasta vedova a soli 27 anni nel 1805, Madame Nicole si
assunse coraggiosamente la piena responsabilità nella gestione dell’impresa, riuscendo a incrementare gli utili e a
portare i suoi vini sulle mense dei sovrani più esigenti. Uno dei prodotti più apprezzati della casa è la Grande Dame. Lo
champagne della vedova (veuve) si caratterizza per l’inconfondibile etichetta arancione.
Anche un cattivo, Milton Krest, a bordo del suo lussuoso yacht, il Wavekrest, beve champagne rosato, che “offre”
insieme ad una scatola da 1 chilo di caviale Hammacher Schlemmer. Ma il fatto che il banchetto sia allestito per
festeggiare l’uccisione della rarità di Hildebrand, un rarissimo pesce tropicale delle Seicelle, e che Krest si ubriachi a
furia di Bull-shots (il cocktail a base di brodo e vodka preferito dai rampolli di casa Agnelli), non fa apprezzare a Bond
lo champagne, tanto che non viene menzionata nemmeno la marca. Una cosa analoga accade in The Man with the
Golden Gun, ultimo romanzo di Fleming, quando Scaramanga ed i suoi scagnozzi commettono l’errore di bere
champagne non in flûte, ma in coppe, una delle quali verrà appoggiata ad una porta e utilizzata da 007 come
amplificatore per origliare i diabolici piani dei prezzolati lestofanti. Non sappiamo neppure quale sia lo champagne che
Enrico Colombo, il contrabbandiere più abile del Mediterraneo, beve insieme al miglior prosciutto di tutta Bologna e a
pane con provolone e fichi: forse perché James Bond, in Risico, sta ancora cercando di capire chi siano gli alleati e chi i
nemici e si accontenta di un whisky e soda.
Sappiamo, invece, che in Diamonds are Forever, in viaggio sulla Queen Elizabeth, a Bond viene offerta da Tiffany
Case una bottiglia da un quarto di Bollinger. Essa è servita in un secchiello d’argento insieme a quattro fettine di carne
su alcuni carré di pane tostato con salsa bernese preparata dalla stessa Tiffany, che ben conosce i gusti dell’agente
segreto: egli, infatti, ama le donne “che sanno fare bene sia
l’amore, che la salsa bernese” appunto.
La casa Bollinger di Canton d’Ay, che tanta importanza rivestirà
nei film, è anch’essa ritenuta tra le migliori case produttrici e,
fondata nel 1829, ha fatto della special cuvée, dedicata alla
Regina Elisabetta II, il suo cavallo di battaglia6; superlativo è il
Grande Année Brut Millésimé.
In On Her Majesty’s Secret Service, Bond ordina il Krug,
alzando il calice verso la futura moglie Tracy Draco. Brindisi che
sarebbe risultato gradito anche da Ernest Hemingway, il quale,
quando negli anni 30, alloggiava al Ritz di Parigi, se ne scolava
due bottiglie ogni mattina, prima di cominciare la giornata.
L’azienda del Krug è, rispetto alle case consorelle, relativamente recente: il suo fondatore, Johan Joseph Krug, iniziò la
produzione soltanto nel 1843, mentre nel 1870 suo figlio Paul I comperò i terreni del comune di Reims, dove ancora si
trova la sede della società. Oggi la sua gestione è affidata alla quinta generazione, rappresentata dai fratelli Henry e
Rémi, e la produzione annua si aggira sulle 700 mila bottiglie. Il suo prodotto più prestigioso, vero status-symbol per gli
Intenditori con la I maiuscola, è l’apprezzatissimo Clos de Mesnil.
Fleming e il suo alter ego, quindi, sono veri cultori dei vini spumeggianti prodotti nel circondario di Reims: quasi tutte
le marche preferite appartengono a quella porzione della zona della Champagne7. La compianta moglie di James Bond
amava, invece, il Pol Roger, la cui eccellenza ed i particolari pregi sembra siano dovuti, analogamente al Dom
Pérignon, alla vinificazione nelle cantine di Epernay, dove si registrano temperature tra le più basse della Champagne.
Anche questa casa è tra le più recenti, poiché fondata nel 1849.
5 Sulla litoranea per Les Noctambules, vicino a Royal Les Aux, a L’Auberge du Fruit Défendu, a aveva optato per
aragosta, sempre al burro fuso, paté di fegato e una coppa di fragole di bosco alla crema.
6 Cuvée: operazione effettuata per la produzione di alcuni tipi di champagne. E’ ottenuto con il coupage (taglio), e
assemblage (riunione), allo scopo di creare, mediante la mescolanza di vini di vigne e vendemmie diverse, un prodotto
di qualità superiore e di gusto costante con un bouquet e un sapore che sono la caratteristica con cui ciascun produttore
è noto sul mercato.
7 Le altre zone di produzione tradizionale, per un numero complessivo di sei, sono: Canton d’Ay, Chalons, Epernay,
Mareuil-sur-Ay e Avize.
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E’ curioso notare come 007 tenda a prediligere il meglio del meglio, selezionando quelle che per lui sono le marche
migliori di una selezione a sua volta già rigida: infatti, gli champagne menzionati da Fleming sono molto pochi rispetto
a quelli riportati in un codice internazionale compilato dai grandi alberghi, che indica le 23 marche degli champagne di
prima grandezza. Seguendo l’ordine alfabetico sono: Ayala; Bollinger; Veuve Clicquot-Ponsardin; Clarles Heidsieck;
Deutz; De Castellane; Giesler; Heidsieck Monopole; Irroy; Krug; Lansone Père e Fils; Laurent-Perrier; Louis Roederer;
Mercier; Moet e Chandon; Mumm; Perrier-Jouet; Piper Heidsieck; Pol Roger; Pommery et Greno; Ruinart Père et Fils;
Salon; Taittinger.
Questi sono gli champagne elencati anche nella carta dei vini dell’Hotel de Paris di Montecarlo, nelle cui cantine sono
conservati tesori non meno preziosi di quelli custoditi nella Torre di Londra. Basti pensare che delle 23 marche di prima
grandezza l’Hotel de Paris ha un contingente fisso di 120.000 bottiglie. Questo hotel viene descritto in tutte le sortite del
Bond letterario nel Principato di Monaco: è l’alloggio di Tylyn Mignonne, Bond-girl di Never Dream of Dying di
Raymond Benson, ultimo prosecutore di Fleming; ospita lo stesso 007 in Role of Honor di John Gardner; viene, infine,
citato nella versione romanzata di Goldeneye, sempre di Gardner.
A proposito di John Gardner è opportuno ricordare ai tanti detrattori che egli ha mantenuto inalterata la passione di 007
per lo champagne, più di quanto abbiano fatto gli altri prosecutori dell’opera di Fleming (a discapito di Robert
Markham e di Benson va, a onor del vero, il minor numero di romanzi da loro scritti). Ad esempio in Licence Renewed,
Bond mette in ghiaccio un Don Pérignon del ‘55 e riflette sulle due sole possibilità che si prospettano: “sarebbe stato un
nettare squisito oppure il più costoso degli aceti”8; in For Special Services, invece, beve un Pérignon del ‘69 che, anche
se ritenuto innocuo, si rivela efficace per “rilassare” Cedar, la figlia del fedele amico Felix Leiter9; in SeaFire “Caty
tornò nella stanza con dei bicchieri e un secchiello di ghiaccio in cui riposava una bottiglia di Don Pérignon”10; in
missione contro Scorpius, brinda con “una delle annate migliori”di Pol Roger, il ’7111; in
Nobody Lives Forever, uno 007 condannato a morte (non avendo trovato nel Canton Ticino
altro che champagne adatto soltanto a condire insalate) si fa offrire proprio dalla SPECTRE
ciò che dovrebbe esaudire “l’ultimissimo desiderio”, vale a dire “uova strapazzate
accompagnate da Taittinger, del ‘73”12: il primo amore non si scorda mai!
Arrivano i film!
Al cinema, causa lo spadroneggiare degli sponsor, la varietà è molto più limitata, tanto da
poter essere ricondotta alle due varianti del Dom Pérignon e del Bollinger, salva un’unica
rentrée del Taittinger.
Nel primissimo film, il Dr. No offre a Bond un Don Pérignon ‘55, il quale risponde di
preferire l’annata ‘5313. E, difatti, dopo che in Dalla Russia con Amore, in gita nel Berkshire,
aveva stappato una bottiglia di Dom Pérignon e sulla carrozza-ristorante dell’Orient-Express
aveva ordinato una bottiglia di Taittinger Blanc de Blanc per accompagnare una sogliola ai ferri, in Goldfinger, Bond
offre proprio lo stesso ‘53 a Jill Masterson, pronunciando la nota battuta:
“Figliola ci sono cose che assolutamente non si fanno! Per esempio, bere Dom Pérignon del ’53 a una temperatura
superiore a 4° C. Sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie!”.
Gli esperti affermano che lo champagne, al di sotto di 6-8 gradi, “si rompe”,
perdendo le sue qualità più
preziose, di bouquet, profumo e
corpo. Colpisce, quindi, il fatto
che Bond “trasgredisca” questo
limite. Oltretutto, per essere
precisi, nella versione in lingua
originale Connery dice “38 gradi
Fahrenheit”, che equivalgono
esattamente a 3,33°14,
temperatura ancora più bassa.
Tale “trasgressione” porta sfortuna all’agente segreto, il quale, mentre cerca
8 Traduzione di Andrea Terzi, Rizzoli, p. 13
9 Traduzione di Tilde Arcelli Riva, Rizzoli, p. 47.
10 Traduzione di Andrea Carlo Cappi, Mondadori, p. 113.
11 Mondadori, p. 196.
12 Traduzione di Giuseppe Settanni, Rizzoli, p. 221
13Per l’analisi delle annate dei film, come per i romanzi, si è fatto prevalentemente riferimento alla versione in lingua
italiana: in ogni modo, la versione in lingua originale, salva smentita, tende a coincidere.
14 La versione in lingua francese prevede una temperatura ancora più bassa, 3°, ma più rispettosa della versione
originale.
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in frigo un’altra bottiglia di Dom Pérignon, viene colpito alle spalle dal coreano Oddjob, che ha così tutto il tempo di
dipingere d’oro la povera Jill.
In Thunderball, Bond con il caviale Beluga beve proprio quel Dom Pérignon ‘55, che aveva rifiutato in Licenza di
Uccidere, mentre in Si vive solo due volte accetta da Helga Brandt un Dom Pérignon ‘59. E’ un peccato che, nelle sue
ultime due missioni (Una Cascata di Diamanti e l’apocrifo Mai dire Mai), Sean Connery lasci al frizzante compagno un
ruolo marginale, se non inesistente, dando preminenza al rosso e fermo Mouton Rotschild e alla insipida vodka. La
glacette15 gli serve solo a disfarsi di una pistola sottratta ad un buttafuori.
Al servizio Segreto di Sua Maestà, lo 007 di George Lazemby conferma la passione per il Dom Pérignon, quando nel
portoghese Casinò
dell’Estoril ordina
una bottiglia del
‘57, per far colpo
sulla futura
moglie. Non
riuscendo a berla,
se la fa portare in
camera con del
“Royal Beluga,
Mar Caspio nel
Nord”. Ancora
champagne viene
offerto da quel
buon anfitrione
che è Marc-Ange
Draco, capo
dell’Unione Corsa e futuro suocero di Bond. Infine, la stessa Teresa Di Vincenzo, durante l’assalto congiunto di James
Bond e del padre al Piz Gloria, si difende dalle aggressioni di uno dei più pericolosi bravi di Blofeld, brandendo proprio
una bottiglia rotta di Don Pérignon, che le farà vincere il match.
Con Roger Moore la musica cambia e il Bollinger sponsorizza quasi tutti i film a partire da Vivi e Lascia Morire, dove
ne viene ordinata una bottiglia fredda, ma non ghiacciata con due bicchieri. Comunque, 007 è un vero abitudinario e
fatica a cedere alle regole imposte dal product placement. Infatti, a ben guardare, tra le leccornie consumate con la bella
ma infida Rosie Carter, si scorge proprio una bottiglia del vecchio caro Don Pérignon, che si ritroverà anche nei due
film successivi.
In L’uomo dalla pistola d’oro, Bond si presenta in camera di Miss Anders con una bottiglia di Dom Pérignon in
ghiaccio. Al termine del film, invece, è Nick-Nack che ne offre una del ‘64, ma 007, che non è mai soddisfatto, afferma
di preferire il ’62, e che è comunque migliore delle noccioline. Ne La Spia che mi amava, James Bond rimane colpito
dal fatto che il cattivo, appena ucciso a sangue freddo, potesse
tenere a bordo di una navetta di salvataggio dello champagne
ed esclama “Ah! Forse ho giudicato male Stromberg.
Chiunque beva Dom Pérignon del ‘52 non può essere tanto
malvagio!”16. Ancora più in linea con la tradizione è la
novelization di Christopher Wood, laddove si parla di un
Taittinger del
‘45.
Con Moonraker
è definitivamente
il Bollinger a
rubare la scena,
viene gustato a
Venezia,
all’Hotel Danieli:
Bond, rivolto alla bottiglia, dichiara alla Dr.ssa Goodhead: “Se è del ‘69,
Lei aspettava me”. Anche all’inizio del film 007 beve champagne della
stessa marca, sull’aereo per l’Africa, accarezzando le lunghe gambe di
15 Secchiello preferibilmente d’argento in cui va raffreddato lo champagne previo riempimento di ghiaccio e acqua.
Meglio se solo neve naturale, se disponibile!
16 Inoltre, si intravedono alcune bottiglie non identificate nel teaser, ovvero quella parte introduttiva di tutti i film di 007
(salvi Licenza di Uccidere e, per ovvi motivi, Mai dire Mai), contornata dalla scena iniziale in cui l’eroe spara un colpo
di pistola attraverso la canna dell’arma di un ignoto sicario e dai titoli di testa musicali.
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una letale spia nemica. Analogamente lo champagne, abbinato alle ostriche, allieta la focosa nottata con la Contessa Lisl
in Solo per i Tuoi Occhi, così come avviene con la diafana Magda e con Octopussy, nell’omonimo film. Purtroppo
Kamal Khan ha l’ardito gusto di offrire il Bollinger per accompagnare una poco allettante testa di pecora farcita, davanti
alla quale 007 si sentirà troppo “osservato” per gustarla.
Dopo l’India, si passa a Parigi, nel ristorante Jules Verne sulla Torre Eiffel, in Bersaglio Mobile, dove il Bollinger è del
‘75; stesso champagne anche al party nella reggia francese di Max Zorin, per un brindisi con Stacey Sutton.
Tymothy Dalton, in Zona Pericolo, mantiene la preferenza per il
Bollinger Grand Reserve, bevuto
nel teaser, poi acquistato da
Harrods, sostituendo quello
richiesto da M, visto che “la marca
indicata sulla lista era discutibile.
Mi sono permesso di prenderne
un’altra”. Nel successivo Vendetta
Privata, il Bollinger è di nuovo una
presenza costante: al matrimonio di
Felix Leiter a Key West. Poi
all’Hotel Mar Y Tierra di Isthmus City, dove 007, nei panni di un
sedicente multimiliardario, ne ordina addirittura un’intera cassa17;
infine, al casinò e nella banca del crudele narcotrafficante Sànchez. Una di tutte
queste bottiglie è del ‘76, come si scopre da una fotografia dei materiali di scena.
Alle porte di Monte Carlo, Pierce
Brosnam, l’ultimo 007, in Goldeneye, custodisce un Bollinger ‘88 in un
frigorifero segreto a bordo della Aston Martin DB5, per distogliere la
psicologa del Servizio dal suo lavoro.
In Il domani non muore mai lo champagne, degno sostituto della Tequila, è
l’emblema del cambiamento di vita di Paris, che, dopo la fuga di 007, è
diventata, anche se per poco, Mrs. Carver. All’inizio del film, invece, il
Bollinger trasforma Bond in un abile linguista, mentre si trova ad Oxford per
“un breve approfondimento della lingua danese” in compagnia di una
bellissima insegnante. Il tutto mentre in una parallela ed imponente campagna
pubblicitaria è divenuto “Champagne of James Bond” 18.
Ne Il Mondo non Basta, il solito Bollinger accompagna i glaciali giochi erotici di Elektra e, in chiusura, è la probabile
causa delle boccaccesche battute di Bond rivolte a Miss Christmas. Da ultimo, ne La Morte Può Aspettare, Bollinger
‘61 per accompagnare aragosta, uova di quaglia, riso e alghe: una cena rigenerante per chi è reduce da 14 mesi di
prigionia e di torture.
Una cascata di millésimé
Fleming ha scritto i suoi romanzi e racconti sempre dopo una certosina opera di approfondimento delle annate, della qualità e della
produzione di ogni vino, per consentire a Bond, e a se stesso, un’adeguata figura da intenditore. In linea di massima i successivi
romanzieri e gli sceneggiatori dei film hanno seguito quell’esempio. Pertanto, le annate che troviamo menzionate nei romanzi e nei
film potrebbero comporre un’ipotetica guida per chi voglia divenire un esperto conoscitore di annate e millésimé19. Solo poche
annate memorabili non sono ancora state menzionate20 e, al contrario, poche di quelle richiamate nei romanzi e nei film non sono
passate alla storia. Eccole in ordine cronologico:
1. 1943 (Casino Royale, romanzo): una delle migliori annate in assoluto.
2. 1945 (Casino Royale, romanzo; La Spia Che Mi Amava, novelization): annata definita splendida da Andrè Simon nella sua
tabella del 196221.
3. 1946 (Moonraker, romanzo).
4. 1950 (Goldfinger, romanzo).
5. 1952 (La Spia Che Mi Amava, film): gusto equilibrato alcool-acidità. Ottimo bouquet. Champagne di gran classe.
6. 1953 (Goldfinger, film): buon bouquet, buon corpo; millesimati di valido invecchiamento.
7. 1955 (Licence Renewed, romanzo; Dr. No e Thunderball, i film): eccellente vendemmia: vini fini ed eleganti.
8. 1957 (Al Servizio Segreto di Sua Maestà, film).
9. 1959 (Si Vive Solo Due Volte, film): ottimo clima durante l’estate: vini di qualità eccellente, nonostante un tenore alcolico un
po’ troppo elevato.
17 Nella novelization di Gardner il nome dell’albergo è, invece, “Hotel El Presidente”, e Bond si limita a chiedere una
bottiglia di Bollinger récemment dégorgé.
18 Andrea Carlo Cappi - Coffrini Dall’Orto, James Bond 007, 50 Anni di un Mito, Oscar Mondadori, 2002.
19 Eugenio Guadagnini, Lo Chamapagne, Firenze, 1979.
20 Ad esempio: 1934, ‘41, ‘47, ‘49, ‘66, ‘70, ‘77 e ‘78.
21 Antonello Sarno, Il Mio nome è Bond – Viaggio nel Mondo di 007, Editrice Il Castoro, 1996.
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10. 1961 (La morte può Attendere, film e versione romanzata): vini di grandi finezza e bouquet, acidità debole, rotondità armoniosa.
11. 1962 (L’uomo dalla Pistola d’Oro, film): eccellente vendemmia, preceduta da un’estate canicolare, ottimi millésimé, buon
bouquet.
12. 1964 (L’uomo dalla Pistola d’Oro, film): vini con sapore piacevole e di buon corpo, gradevoli al palato anche per la bassa
acidità. Una bottiglia con il millesimo del ‘64 è il capolavoro degli champagne. I grandi intenditori dicono che bisogna risalire al
1893 per ritrovare un’annata altrettanto gloriosa. Da notare che, tuttavia, Bond preferisce il ‘62.
13. 1969 (For Special Services, romanzo; Moonraker, film): acidità troppo elevata, vini molto fini, senza strascichi di retrogusto.
14. 1971 (Scorpius, romanzo): vini validi, favoriti da lunghe giornate di sole, sapore e vinosità positive.
15. 1973 (Nobody Lives For Ever, romanzo): annata di altissimo rendimento, alta qualità dei millesimati.
16. 1975 (Bersaglio Mobile, film): buone caratteristiche di gusto dei Pinot e sottigliezza degli aromi del Chardonnay.
17. 1976 (Vendetta Privata, film): questo anno è diventato famoso più che altro per una vendemmia precoce e una maturazione
eccessiva.
18. 1988 (Goldeneye, film e versione romanzata).
Epilogo per epicurei
Come abbiamo visto, Bond conosce bene le regole del gioco e, quasi per
“deformazione professionale”, simpatizza per chi, a sua volta, ha con esse
familiarità. Al contrario diffida di chi le
ignora. Ad esempio, nel film Dalla Russia
con Amore, quando Red Grant si rivela uno
spietato pluriomicida della SPECTRE, 007
si rimprovera di non avere sospettato di lui
prima, nel momento in cui il sedicente
alleato aveva ordinato con una sogliola ai
ferri del Chianti! Qualcosa di analogo
avverrà in Una Cascata di Diamanti, ma
Bond, imparata la lezione, smaschererà due
fittizi camerieri, colpevoli di non saper che
il Mouton Rotschild è un Bordeaux22! Tornando alle regole, 007 ne è un esperto e solo
occasionalmente si permette di trasgredirle. Ciò avviene prevalentemente nei film: gli sceneggiatori
non hanno evidentemente la stessa preparazione di Fleming. Il Maestro, infatti, non avrebbe violato,
nemmeno sotto tortura, il noto pentalogo di cose assolutamente da non fare al cospetto di Monsieur Champagne:
1. lasciare lo champagne troppo a lungo in frigorifero o raffreddarlo in
freezer. La bottiglia va messa nel ghiaccio sino a che abbia raggiunto una
temperatura ricompresa tra i 6 e gli 8 gradi (salvo il Dom Pérignon ‘53);
2. torcere il tappo nell’aprire la bottiglia;
3. servire non in calici ma in coppe. La flûte, cioè il bicchiere di cristallo alto
e stretto, è l’ideale per portare alle labbra e alle nari del bevitore tutto il
brio, le sfumature le delicatezze e gli aromi. Esalta infine la finezza e la
persistenza del perlage;
4. mettere il ghiaccio (!) nel vino o nel bicchiere (il quale è, invece,
opportuno sia raffreddato prima di accogliere il “nettare spumeggiante”);
5. “battere” il vino nel bicchiere per far svanire le preziose bollicine (oltre
che un gesto inelegante è tipico delle entraîneuse, che hanno
“professionalmente” il compito di far bere i clienti e vogliono così
contenere gli effetti secondari delle bollicine specie se ingurgitate in quantità).
Una regola per gli scaramantici è quella secondo la quale tutti gli ospiti presenti debbano brindare con la stessa bottiglia, perciò è
necessario armarsi di santa pazienza e cercare di individuare quella che, a seconda del numero degli invitati, potrà essere utilizzata: lo
split per chi desidera che la vita gli sorrida anche quando è solo; la mezza bottiglia da 75 cl., detta anche champagnotta, vera e
propria arma di seduzione di Bond, per la quale non ha certo porto d’armi; la Magnum da 1,5 l.; la doppia Magnum, detta anche
Jeroboam da 3 l.; la Triplo Magnum da 4,5 l., soprannominata Rebhoboam; la Mathusakem da 6 l.; la Salmanazar da 9 l.; la
Balthazar da 12 l. e la monumentale Nabucodonosor da ben 15 l., ammesso di avere un secchiello tanto capiente!
Altra norma eccellente, specie, per chi voglia possedere una cantina ricca di champagne è conservare le bottiglie coricate e per non
più di 10-15 anni. Dopo tale età, il vino di solito si maderizza, acquistando quel particolare gusto e profumo dolciastro proprio del
Madera. Le bottiglie devono essere trattate con estremo garbo, il minimo sussulto altera l’equilibrio raggiunto in tanti anni di riposo e
lascia un livido sulla pallida e aristocratica epidermide dello champagne23. Evidentemente nei luoghi elitari, che frequenta Bond, tali
regole vengono rispettate, altrimenti egli ben difficilmente si potrebbe permettere la degustazione di una bottiglia
del ‘61 nel 2002, come avviene nell’ultima avventura cinematografica!
Per finire è doveroso, rendendo un tributo anche ai cocktail di cui Bond è ghiotto, citare la ricetta del Kir Royal, blasonato predinner
bevuto dall’agente segreto in dolce compagnia a Parigi24:
2 cl. di Crème de Cassis (Blackcurrant);
versare in un flûte e colmare con champagne brut freddo e brindare alla santé!
22 Claret nella versione originale e in quella francese.
23 Renzo Barbieri, Il Manuale del Playboy, Sonzogno, 1990.
24 Raymond Benson Never Dream df Dying, Arnoldo Mondadori, 2002, p. 101, traduzione di Andrea Carlo Cappi.
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Fiction e Realpolitick – James Bond e la Politica Internazionale
3° PUNTATA
PETROLIO E ARMI NUCLEARI NEL CAUCASO
di Francesco Mancini
Giunti alla terza puntata, dopo Corea e Afghanistan, affrontiamo un altro tema di scottante
attualità che gli autori di “Il mondo non basta” scelsero come sfondo delle avventure bondiane nel
1999. Fin dai bellissimi titoli di testa, in cui silhouette di donne nude si amalgamo con fiumi di
petrolio, si intuisce
quale sia il tema del
film. James Bond
deve salvare il
mondo da una
esplosione nucleare
nel Bosforo che
avrebbe bloccato il
trasporto del
petrolio dal
Caucaso, rendendo
Elektra King
(Sophie Marceau)
monopolista con il
suo oleodotto. I
temi del petrolio e
delle armi nucleari
nella regione del
Caucaso si
intrecciano per
creare una miscela
esplosiva che solo Bond riesce a disinnescare. Il film vede diverse azioni in Azerbaijan e in
Kazakhstan (nella realtà, l’inseguimento sugli sci furono girate a Chamonix nelle Alpi francesi e le
scene della base nucleare sotterranea nel deserto spagnolo).
James Bond è assegnato alla protezione di Elektra King, figlia di un petroliere inglese, che
fu rapita in gioventù dal cattivo di turno, Renard (Robert Carlyle). Bond si accorge troppo tardi che
Electra è afflitta dalla “sindrome di Stoccolma”, un fenomeno psicologico per cui la vittima rimane
emotivamente legata al rapitore. Il termine fu coniato nel 1973. Tre donne e un uomo svedesi
furono tenuti ostaggi nel caveau di una banca a
Stoccolma per sei giorni da due rapinatori. Dopo la
liberazione, alcuni ostaggi testimoniarono a favore, e
raccolsero fondi per la difesa dei rapitori.
Sulle tracce di Elektra, Bond arriva in
Azerbaijan con la sua BMW Z8. Lo vediamo guidare
tra i campi petroliferi nell’area di Baku. Il panorama è
desolante ma molto realistico. Mille pozzi di petrolio
sorgono su un terreno melmoso, distrutto da anni di
sfruttamento sovietico. Il crollo dell’impero ha
peggiorato la situazione, facendo venir meno fondi per
la ribonifica e il rinnovo delle tecnologie estrattive.
Elektra, dopo la morte del padre, supervisiona la
Oleodotti nel Caucaso
Oleodotto in miniatura in “Il mondo non
basta”
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costruzione del nuovo oleodotto che porta il petrolio dal Kazakhstan fino alla Turchia. Elektra
decide di salvare una chiesa greco-ortodossa (non chiara la scelta di mostrare un pope ortodosso
ossannato da paesani azeri, che sono notoriamente mussulmani!), facendo spostare il percorso della
condottura. Dopo aver incontrato Bond, spiega come la Russia abbia tre alternativi oleodotti. La sua
vita è sicuramente in pericolo.
Azerbaijan
L’Azerbaijan, a maggioranza
turco-mussulmana, è uno stato
indipendente dal 1991, a seguito del
collasso dell’Unione Sovietica, di cui
faceva parte. Nonostante il “cessate-ilfuoco”
del 1994, l’Azerbaijan ha un
conflitto aperto con l’Armenia sul
controllo dell’enclave del Nagorno-
Karabakh. Qesto territorio è
ufficialmente parte dell’Azerbaijan ma
non è all’interno dei suoi confini.
Insieme a Russia e Stati Uniti,
l’Azerbaijan è un paese con parte del suo territorio separato da un altro stato. La corruzione è forse
il principale problema che affligge il governo e la società, che fa fatica a svilupparsi e a benificiare
delle enormi risorse naturali, specialmente petrolio. L’Azerbaijan necessita di circa 60 miliardi di
dollari per sviluppare la propria industria
petrolifera. Dal 1997 la produzione ha ripreso ad
aumentare. Gli investimenti arrivano da capitali
esteri, i quali però si limitano al settore
petrolifero, impedendo lo sviluppo di una piena
economia di mercato.
La capitale è Baku che sorge sulle rive
del Mar Caspio, in realtà un lago chiuso,
altamente inquinato, sulle cui rive sorgono
raffinerie e porti industriali. James Bond visita un
casinò in città, dall’improbabile nome francese “Or Noir”, di proprietà della vecchia conoscenza
Valentin Zukovsky, un mafioso russo già incontrato in “Goldeneye”, che ha diversificato i suoi
affari in gioco d’azzardo e caviale. Chi ha vissuto nella capitale azera, mi dice che il casinò di “Il
mondo non basta” è piuttosto irrealistico. Smoking, champagne, modelle, gioielli, saloni con
tappeti rossi e candelabri d’argento si
addicono più ai fasti di Montecarlo che alla
capitale azera.
Dal 1991, il paese è stato governato
dal presidente Aliyev, potente oligarca, il
quale si trova ora ricoverato a New York.
Vecchio e malato, ha passato il potere al
figlio attraverso elezioni poco trasparenti. Il
nuovo presidente, Ilham Aliyev, ha usato la
mano pensante contro l’opposizione,
incarcerando molti opponenti, e reagendo
con guerriglia urbana alle manifestazioni
contro la sua elezione. Nonostante questo,
Aliyev ha ricevuto i complimenti del governo americano e di tutte le diplomazie mondiali. Il mondo
preferisce un Azerbaijan stabile e sotto controllo, piuttosto che democratico ma incerto.
Pozzi di petrolio in Baku, Azerbaijan
James Bond in Baku con la Z8
Porto petrolifero sul Mar Caspio
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Kazakhstan
Bond, nello sviluppo della trama,
raggiunge il Kazakhstan, dove scienziati russi e
americani lavorano alla distruzione
dell’armamento atomico dell’ex impero sovietico.
Qui incontra l’improbabile Dr. Christmas Jones
(Denise Richards), impegnata nel disinnesco di
testate al plutonio e la bonifica di una base per test
nucleari sotterranea. Il tema delle armi di
distruzione di massa si mischia con gli interessi
petroliferi. Una grande proccupazione del mondo
intero riguarda la sicurezza di armi atomiche
sviluppate durante la guerra fredda e oggi sotto il
controllo di dubbi governi. Plutonio e armi
batteriologiche possono sparire dai loro depositi e finire nelle mani di terroristi.
Il crollo dell’Unione Sovietica lasciò il Kazakhstan con oltre 1.400 testate nucleari. Nel
1994, il Kazakhstan ha firmato il Trattato di Non Proliferazione e ha trasferito tutte le sue armi
nucleari alla Russia. Il film assume che ce
ne siano ancora e che russi e americani
siano impegnati al loro disinnesco. Renard
riesce a sottrare una testata e con il plutonio
contenuto nella bomba intende rendere
ancora più potente l’esplosione di un
sottomarino nucleare nel Bosforo, al largo
di Istambul, in Turchia.
Il Kazakhstan è nella realtà un
esempio di come sia possible prevenire la
diffusione di armi nucleari. Il presidente
Nazarbayev in un recente libro “'Epicenter
of Peace” ha giustamente ricordato il ruolo
del suo paese nel limitare la proliferazione
nucleare della regione. Durante l’epoca
sovietica, in Kazakhstan c’erano più basi nucleari sotterranee (del tutto simili a quella che si vede
nel film) di tutto il resto del mondo. Come risultato, più di 300.000 persone nel paese soffre di seri
problemi di salute legati agli effetti delle radiazioni emanate dalle esplosioni-test. Consapevole di
questo problema, il presidente kazako fu il primo a chiedere l’eliminazione delle armi nucleari e la
creazione di un zona denuclearizzata nel Centro Asia.
In teoria, il Kazakhstan avrebbe potuto emergere come
una delle potenze nucleari, se avesse preso controllo
delle oltre 1.400 testate nucleari lasciate sul suo
territorio dall’Unione Sovietica. Avrebbe avuto un
arsenale più ampio di Inghilterra, Francia e Cina messe
insieme. La maggior parte di queste testate erano
caricate su missili puntati contro gli Stati Uniti. Al
contrario, il Kazakhstan ha preferito restituire le armi
alla Russia, firmare il Trattato di Non Proliferazione, e
diventare uno stato denuclearizzato.
Il Kazakhstan è popolato da discendenti di tribù
nomadi d’origine turca e mongola che emigrarono nella
regione nel 13esimo secolo. La regione fu conquistata dalla Russia nel XVIII secolo e il territorio
divenne parte dell’Unione Sovietica nel 1936. Durante gli anni ‘50 e ‘60, il Kazakhstan fu epicentro
Le montagne del Kazakhstan
La base per test nucleari del Kazakhstan
in “Il mondo non basta”
Baku, capitale dell’Azerbaijan

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