Tutti conoscono la passione di James Bond per il cocktail Martini, del quale è stato promotore con i suoi celebri tormentoni, ricette e manie. Pochi fanno caso, invece, ad "Casino Royale: dal set al Mount Gay and Soda, con tanto Vesper"

Prologo Martedì 16 dicembre 2006. Milano.


Insieme a Luca Bonacini, co-presidente della "Shaken not Stirred" cui fa capo il Bond Point Club, stiamo assistendo emozionati all'anteprima nazionale di Casino Royale al Cinema Odeon di Milano, o meglio una delle anteprime, se vogliamo considerare quella di Roma, organizzata dalla New Holland in Piazza del Popolo, e quella di Venezia, promossa da Mestiere Cinema. Poco lontano siedono Andrea Carlo Cappi, Ilario Citton e due amiche dell'Hotel De Milan. La serata di beneficenza è stata organizzata dal F.A.I., in  ollaborazione con lo 007 Admiral Club e l'appoggio di Mestiere Cinema, per raccogliere fondi da destinare alle attività dell'associazione, che ha concesso alla EON di girare alcune scene a Villa Balbianello di Lenno. Sono mesi che aspettiamo trepidanti questo momento e, dopo sentimenti alterni, un bombardamento quotidiano di notizie che si inseguono, una gragnola di anticipazioni incalzanti che si contraddicono, supposte verità, asserzioni e presunzioni, siamo finalmente, qui, a vedere il film più atteso della saga da noi prediletta. Si spengono le luci e veniamo proiettati nello schermo, assorbiti completamente dal ritmo incalzante del film. Questo è un inizio. Ma potrebbe essercene un altro.

Giovedì 1 giugno 2006.

Lenno. Villa Balbianello. Sono seduto ad un tavolino da giardino nello stesso luogo in cui hanno girato "Star War - Episode II". Sullo sfondo il Lago di Como. Indosso un maglione colore terra di Siena ed un lupetto. Di fronte ho un professore di Como ma indossa la tunica di un infermiere. Io dovrei essere un paziente di una immaginaria clinica, almeno così mi aveva spiegato Lindy Hemming, la capo costumista. Una clinica ed il suo parco ricreati, qui, nella Villa. Lindy, la mattina del giorno prima, mi aveva spiegato che il mio pallore naturale, assunto dopo mesi passati tra i fascicoli, codici e codicilli del mio studio, non richiedeva l'intervento del trucco. Tuttavia, dopo un giorno e mezzo ad aspettare sul set, riverberato dal sole del lago, di essere chiamato per comparire in una delle scene di Casino Royale, ho assunto la carnagione propria delle giornate agostane. Così, più che un esangue anemico, ricordo Roger Moore, quando, vestito in modo analogo, in quella fotografia di Cortina, posa accanto alla Lotus amaranto sul set di Solo per i tuoi occhi. In ogni modo, un po' per l'abbronzatura novella, un po' per l'abbigliamento, più che un paziente sembro un visitatore della clinica, tant'è che, più tardi, verrò chiamato a salire su un motoscafo di lusso per girare un'altra scena del film. Dicevamo del tavolino: per contratto, devo muovere le pedine della scacchiera da Black Jack e, sorseggiando una tazza di tè. Sempre per finta, devo parlare con il professore. Ma a far finta di dialogare, movendo le labbra come degli automi, ci sentiamo cretini, così iniziamo a discutere del più e del meno ed il professore inizia a sottopormi un caso interessante che lo riguarda. Questo colloquio mi porterà, venti giorni più tardi, nel mio Studio a Modena, ad aprire un fascicolo azzurro con il nome del professore di scuole superiori. Insomma non riesco proprio a staccare dal lavoro, neanche sul set di Casino Royale! In realtà sono emozionato come non mai, direi felice. Figurarsi, un bondofilo da sempre che riesce a coronare un suo sogno, comparendo in due scene di un film della saga (una terza scena girata dall'elicottero è stata tagliata… speriamo nei backstage del DVD), oltretutto un film tratto direttamente da un romanzo di Ian Fleming, forse il più amato. Mi sento doppiamente fortunato considerando che tante comparse -eravamo una quarantina- sono state allontanate a conclusione del giorno prima senza girare alcuna scena. Oltretutto alla fine, nel film, compariremo nel film giusto in dieci: due suore, un paziente anziano in vestaglia blu, un giardiniere, un medico originario della Puglia, un paio di infermieri, la signora che girava con me sul motoscafo (ma bisogna avere due occhi da cacciatore esperto per notarlo), il professore-degente ospedaliero ed io. Di tanti altri giardinieri, medici, visitatori, infermiere, altre suore, altri pazienti, nulla: una strage! A pochi metri Giancarlo Giannini si muove da maestro riuscendo a far ridere il serissimo Daniel Craig con esclamazioni colorite in italiano indirizzate a due attori nerboruti, che lo "elettrizzeranno" poco più tardi. A un certo punto, per rompere la fame, Giancarlo Giannini afferra un sandwich preparato da cuochi di Praga secondo inverosimili ricette britanniche; addentatolo e avvedutosi dell'esecrabile gusto, facendomi l'occhiolino, lo getta nel vaso di una pianta, ornamento del set studiato da Peter Lamont, che si trovava vicino alla mia postazione. Daniel Craig mi guarda negli occhi con uno sguardo che potrebbe congelare chiunque ma non si accorge del fugace gesto del grande attore italiano. Eva Green, invece, è all'approdo delle barche per un servizio fotografico ma non risulta particolarmente socievole. I tecnici provano le luci e l'audio. Mettono a punto ogni accorgimento. Tutto è pronto. Martin Champbell esclama "Rolling!!". Sono dentro il film. Più di così… Questo è uno splendido inizio. Ma ce ne potrebbe essere un altro. Riavvolgiamo il nastro della memoria ancora di due giorni. Martedì 30 maggio 2006. Giorno del mio compleanno. Stresa. Luca ed io siamo stati convocati sul Lago di Como. Pertanto, la mattina stessa, rientrato da un'udienza, ho chiesto alla mia socia di farmi un bel regalo e di affrontare l'emergenza della mia inopinata "scomparsa". Esaminati insieme in fretta appuntamenti e scadenze, ho subito fatto la valigia e nel giro di un ora, Luca ed io eravamo in viaggio. Barbara Broccoli e Michael G. Wilson ci aspettavano a Stresa al Villa D'Este! La produzione aveva, come anticipato nella prefazione di Mai dire mai a un Martini Dry, già vagliato alcuni Bond Point liguri e veneziani, per poi sceglierne tre (Villa D'Este, appunto, Cipriani e Bauer), non tanto per girare quanto per farvi soggiornare i produttori, gli attori e la troupe (beati loro!). Arrivati sulla terrazza del Villa D'Este, il Grande Ilio Chiocci ci porta al cospetto di Barbara e Michael. Ci viene ammannito un memorabile Martini-dry ma lo dobbiamo, subito, appoggiare su un tavolo, perché ci tremano le gambe. Dietro il bancone, neanche a farlo apposta, domina la targa dei Bond Point con lo sguardo sornione di Sean Connery. Barbara è splendida, molto più giovanile di quanto credessi. Michael più circospetto. Ma abbiamo modo di parlare del nostro progetto e di far loro i complimenti per quello che stanno facendo per gli appassionati come noi. Barbara è molto rincuorata dalle nostre parole, che accetta come sincere e non come blandizie. Sono, infatti, mesi che i due Produttori non vengono che stigmatizzati dai giornalisti e dai fan. Non ne possono più di detrattori schizofrenici e desiderano ricevere un po' di fiducia. Barbara mi prende sottobraccio e mi dice che abbiamo avuto un'idea grandiosa. E' ammiccante e fa qualche apprezzamento. Io sono più vermiglio di un peperone calabro e Luca mi deve dare una pacca per riprendermi. Al tavolo accanto Lindy Hemming, Tony Waye, Gene Wilson ed un giovane fidanzato di Barbara Broccoli se la ridono della grossa. Dopo una ventina di minuti, ci congediamo. I Produttori sono stanchi, segnati dalla giornata di lavoro trascorsa a girare la scena a Villa Gaeta che chiude il film, nella quale Bond, rimasto padrone del campo, nonché delle spoglie dei vinti, pronuncia finalmente il suo nome, in pratica la battuta più famosa della storia del cinema. Barbara e Michael ci salutano con la promessa di vederci presto, molto presto… infatti, il giorno dopo -come ho anticipato, sarò sul set per "lavorare" come comparsa (anche se avrei pagato io pur di vivere quell'esperienza). Insomma, più dentro la storia di 007 di così…

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