Le auto di James Bond: Una cosa o due sull’Aston

Di:Pierluigi de Biasi

Il mio editore più simpatico, da quando non scrivo più per una rivista giuridica che teneva i rapporti con me attraverso una graziosa e prosperosa fanciulla, mi chiede di scrivere sulle auto di Bond, vista la mia asserita competenza in tema non tanto di Bond, quanto di auto. Io sono un tiratardi professionale: nella vita faccio l’avvocato, categoria che arriva sempre a fare le cose solo se e quando scadono, e più o meno per hobby il professore all’università, mondo nel quale si incomincia a lavorare quando le scadenza sono già scadute. In questo caso, poiché io procedo secondo l’ordine dei romanzi di Fleming, viene il turno della Aston Martin di Golfinger e io temo l’importanza del tema: non credo che scriverò, come Tucidide disse di aver fatto e in effetti fece, un opera per l’eternità, ma in fondo si tratta probabilmente dell’auto più famosa del mondo! L’argomento merita più di una puntata e per questa volta parleremo solo di alcuni aspetti generali. In primo luogo come faccio a sapere che è l’auto più famosa del mondo? Beh, un libro sull’auto di 007 si chiama proprio così: The Most Famous Car in the World. E poi la mia amica Elisabetta, donna di grande intelligenza e cultura, che però a fatica distinguerebbe un autobus da una Smart, una volta sull’autostrada della Cisa riconobbe una DB4 argento, esclamando: “È bellissima, sembra l’auto di James Bond!”. E che l’auto le fosse rimasta impressa è confermato dal fatto una_cosa_o_due1che due giorni dopo vide una DB7, sempre argento e notò che sembrava la stessa, ma in una versione più recente, fatto assolutamente vero. La seconda cosa da dire riguarda l’Aston come marca. Innanzi tutto nessuno sa perché si chiami così, nel senso che la tradizione popolare vuole che il fondatore, Lionel Martin, usasse il suo ognome insieme alla parte iniziale del nome di una gara in salita, Aston Clinton, ma non tutti gli storici confermano. Noto di passaggio che bisogna essere bizzarri come gli inglesi per organizzare gare in salita in un paese che, notoriamente, non ha montagne ma solo qualche dolce collinetta. Diciamo poi che la più british delle case britanniche deve parte della sua fortuna agli stranieri. Dopo le incapacità gestionali di Martin, la casa fu portata alla fama da un italiano, Bertelli, e dopo il periodo (dal dopoguerra ai primi anni Settanta) in cui il proprietario era David Brown (vi eravate mai chiesti perché di chiamassero DB?), venne un periodo oscuro e la riscossa arrivò negli anni Ottanta, attraverso l’opera e i soldi di Victor Gauntlett (ricordate, quello che si comprò OLGA?) e – soprattutto – di Peter Livanos, un armatore greco, per poi essere ceduta all’americana Ford. L’Aston è la più aristocratica auto inglese, e infatti insieme alla Bentley è l’auto di Carlo. Non il mio amico Carlo Caspani, esperto di cinema d’autore e auto d’epoca, Carlo Windsor. Il principe di Galles, insomma. Però la sua vita aziendale (dalla Aston, non del principe) è costellata di fallimenti, come quella della Maserati: oltre ai passaggi di mano già citati, si deve aggiungere che David Brown, un imprenditore nel settore dei macchinari agricoli, la acquistò praticamente fallita e, già che c’era, rilevò dal fallimento anche la Lagonda, che però rimase un marchio poco fortunato. Noto di passaggio che le due targhe aziendali più celebri sono appunto AML 1 (che evoca Aston Martin Lagonda) e AMV 8 (con trasparente allusione alla motorizzazione V8, presente dagli anni Settanta fino ad oggi, su un modello).

Continuando a proposito dei luoghi comuni, l’Aston di Bond è, nella percezione comune, più esattamente l’auto di Bond nei film di Connery. Innanzi tutto non è affatto l’auto di Bond, che guidava Bentley, come abbiamo visto nei numeri precedenti della nostra bond–zine, proprio come Carlo. Io non mi compro la Aston, che sogno da sempre, perché già possiedo una Bentley e non vorrei si pensasse che mi sono montato la testa (mia mamma, poi, dice che ho delle orecchie brutte come quelle di Carlo). L’Aston di Bond è in realtà un auto di servizio, nel senso che è di proprietà del Servizio Segreto di Sua Maestà. Inoltre non è tecnicamente corretto (anche se lo è certo sul piano semiologico nella costruzione del mito) dire che è quella usata da Connery nei film, perché l’auto, sia pure poco, appare sia in Goldenye che in Tomorrow Never Dies. In più, come curiosità, l’auto appare anche in un film fantastico su una corsa vera, la Cannonball, cioè La corsa più pazza d’America (The Cannonball Run, USA, 1981, 95’, regia Hal Needham, con B. Reynolds, R. Moore, F. Fawcett, D. DeLuise, D. Martin. S. Davis jr., P. Fonda, B. Jagger), guidata da Roger Moore nella parte di se stesso (metà Bond, metà gentiluomo britannico), laddove Moore non la usa mai come 007. Prima di entrare nel merito ci sarebbero due cose da dire. La prima è che l’Aston di Bond non esiste. Non mi riferisco al fatto che l’auto vista nei film non sia mai stata prodotta: in fondo anche nella finzione letteraria e cinematografica l’auto uscita da Newport Pagnell è poi passata attraverso le sapienti cure di Q (Santo Cielo, devo anche fare la recensione della biografia di Desmond Llewelliyn e me n’ero completamente dimenticato!). Il punto è che sul nome della macchina nel libro ci sono due errori, uno in inglese e uno in italiano. Il punto, in inglese come in ogni lingua, è che la DB III proprio non esiste. Furono vendute delle DB 2, delle DB 2/4, poi le DB 4, DB 5 e DB 6, nell’arco degli anni tra la fine dei Cinquanta e primi Settanta, per riprendere pochi anni orsono con le DB 7. Ma non fu mai venduta una Aston con numerazione romana (DB III) e nessuna DB 3, credo, girò per strada. Per qualche ragione a me ignota la denominazione DB 3 fu riservata alle auto da corsa che correvano le gare sport fino al 1958. Curiosamente si chiamava DBR 1, cioè aveva un numero più basso, l’auto che vinse a Le Mans nel 1959, guidata dall’equipaggio Salvadori – Shelby, sotto la guida del mitico direttore sportivo John Weyer, poi a capo della armata Ford che dominò alcune edizioni di Le Mans (come ufficiali nel 1966, 1967 e da “indipendente” nel 1968, con il memorabile arrivo in volata di Jackie Ickx in coppia con Oliver sulla Porsche 908 Langheck di Hermann – Lang) e quindi direttore del trionfale biennio (1970–71) con le Porsche 917 della scuderia Gulf. Il nesso Aston – Ford si estende anche al fatto che Shelby poi costruì le Cobra, le quali costituirono la base per l’ingresso di Ford nel mondo delle corse sport. Detto tutto questo, nella traduzione italiana c’è un clamoroso errore, che racconterò nel prossimo numero.

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