Un intermezzo che lascia perplessi
Quando il ruolo di James Bond viene rilevato da Timothy Dalton, si percepisce subito come l'intervallo delle parodie sia giunto a conclusione. Il nuovo interprete (di cui già abbiamo tratteggiato un profilo nel cap. 2.10.4) riporta l'agente segreto in condizioni più realistiche, avvolgendolo in un manto di nervosismo, di sofferenza e di malinconia, ma la sua versione del personaggio non riesce a ottenere consensi unanimi. A Dalton, in modo specifico, si rimprovera la scelta di avere offerto uno 007 che non è un uomo tutto d'un pezzo, e che si lascia prendere esageratamente la mano dalle remore e dai ripensamenti. In altre parole, specie tra gli adolescenti (ovvero tra i principali fruitori del prodotto), il nobile intento di recuperare il Bond originale concepito da Fleming passa inosservato. Piuttosto, Paese Sera rimarca cinicamente che «i giovanissimi - gli stessi che poi affollano i botteghini - se ne infischiano di questo più che ventennale mito dell'agente con licenza di uccidere; probabilmente non sanno neppure chi sia mai quell'Ian Fleming costantemente chiamato in causa da produttori e pubblicitari di Zona pericolo per dirci che Timothy Dalton ricostruisce “fedelmente” il carattere dell'agente segreto più famoso del mondo così come lo immaginò il compianto scrittore inglese». Due, però, a parte il sovrabbondante sadismo di Dalton, sono gli errori commessi dalla EON. Il primo è quello di avere rinunciato in tutto e per tutto allo humour: «Bond è stato privato di una delle sue armi più efficaci, cioè l'ironia», proclama La Notte. Un'ironia, per il Corriere della Sera, che «era stata invece, in modi diversi, l'angelo custode sia di Connery sia di Moore». Il risultato è dunque un tipo di film talmente duro da richiedere l'intervento dei censori italiani, cui è dato ordine di mitigare le tinte più truci (mentre in Inghilterra, per la prima volta, viene imposto il divieto di visione ai minori di quindici anni). Il secondo sbaglio sta invece nell'avere presentato uno 007 «ormai monogamo» per via della «psicosi dell'AIDS», «in sintonia con i tempi: tutto casa, morigeratezza e servizi segreti». Viene così meno uno dei capisaldi della serie, forse l'unico di cui nessuno aveva mai messo in dubbio l'efficacia: quello delle Bond girls, cosicché il Corriere della Sera si rammarica di dover riscontrare «una sola, fedele e scipita presenza femminile» imposta dalle «castigatezze post-AIDS». A stupirsi del nuovo Bond è addirittura Il Messaggero: «Fa […] poco all'amore e non fuma più, il virtuoso James Bond rispettoso oltre ogni limite delle donne che gli cadono ai piedi […]. E nemmeno si accende mai una sigaretta perché, come curiosamente avvertono i titoli di coda, data l'enorme quantità di tabacco consumata (da altri) nel film, i produttori rammentano che il fumo fa male e genera il cancro». Certo è, secondo Lietta Tornabuoni, che ora il mondo è più ambiguo e le parti, politicamente parlando, non sono più esclusivamente due. E questo non aiuta il manicheismo radicato in Bond (blocco democratico-capitalistico contro blocco totalitaristico-socialista). «Per sfortuna di James Bond (e anche per la minor gioia dello spettatore)», le fa eco Irene Bignardi, «questo bel manicheismo cinematografico e questa bella guerra fredda da Bignamino, si sono sfaldati sotto gli occhi nostri e di 007».