Le auto di James Bond: the english way
Di:Pierluigi de Biasi
La domanda se esista un'estetica nelle auto di Bond ha per definizione una risposta negativa. Poiché gli autori dei libri sono almeno tre (in realtà sono già quattro), le estetiche divergono sicuramente. E con ciò evitiamo di affrontare sullo stesso piano il tema dell'estetica nei film, i cui padri sono ben più di tre, ma spendiamo poche battute sul cinema. Il film deve incassare un certo numero di milioni di dollari, in un tempo piuttosto breve. Quindi le esigenze estetiche e filologiche devono lasciare spazio alla appetibilità del prodotto complessivo. I sottili rimandi che sono perfettamente accettabili in una serie di romanzi non hanno ragion d'essere in una diversa situazione, dove non è affatto detto che lo spettatore di un film lo sia di tutti, anche se c'è motivo di credere che una buona misura tra gli spettatori di 007 sia un pubblico affezionato e ricorrente, che vede più o meno tutte le pellicole. Quindi le auto di Bond sono scelte con criteri particolari, che non privilegiano una visione estetica unitaria: basta che siano veloci, belle, costose e, magari, imbottite di pseudo tecnologia. In fondo le scene d'auto sono raramente davvero spettacolari: le riprese sottacqua lo sono sicuramente di più e un bell'inseguimento si può fare anche con due bagnarole. L'auto serve ad affermare il carattere del guidatore, il suo status, non ha una rilevanza funzionale nella storia e al cinema la storia e il suo sviluppo sono l'essenziale. In fondo, su una ventina di film, quanto è rimasto nella memoria collettiva che riguardi le auto? Non più di qualche scena, che proviamo ad elencare:
- l'uso del seggiolino eiettabile in Goldfinger;
- la scena pre-credits in Thunderball;
- la gita subacquea in The Spy Who Loved Me;
- il volo col razzo in Living Daylights.
Non una di queste ha diretta e necessaria relazione con l'auto che viene impiegata, né sul piano tecnico, né su quello semiologico, perché quello che viene fatto con queste auto non rimanda ad alcun significato secondario dell'auto o del suo produttore. Qualunque altra auto avrebbe potuto, beninteso dopo le cure di Q e dei suoi, fare lo stesso. E nessuna di esse, ma neanche alcun altra, avrebbe potuto farlo, se non fosse passata attraverso le abili mani di Q. Quello che voglio dire è che se la spettacolarità di Bullit (Bullit, USA, 1968, 109', regia di P. Yates, con S. McQueen, J, Bisset, R. Duvall) è legata all'auto usata, qui il fatto rilevante è che alla guida ci sia James Bond. Nei romanzi il tema si pone in modo differente. Il narratore può usare l'auto per meglio definire il personaggio, può trattenere l'attenzione del lettore mentre espone dettagli, può incidere nella sua mente una frase particolarmente brillante.