The Quarterdeck Files
Solitamente, la fine del decennio non porta fortuna, cinematograficamente parlando, a James Bond 007: gli anni che terminano col numero 9 hanno sempre portato sventura al mitico agente segreto. Qualche dubbio? Pensate al 1969: fu l’anno di Al servizio segreto di Sua Maestà, ottimo film per quanto riguarda soggetto, sceneggiatura, musiche, location e scelta degli interpreti collaterali. Come film, era coraggiosamente fedele al romanzo e nettamente superiore a Si vive solo due volte, carrozzone nippofantascientifico in cui per poco a Sean Connery non toccava di affrontare anche Godzilla. Ma quanto a scelta dell’interprete... Tutti ricordano il povero George Lazenby come un fallimento, un sosia di Pippo Baudo al posto sbagliato nel momento sbagliato, un indossatore australiano che si muoveva sgraziatamente in kilt come in smoking. Il tutto aggravato da una battuta fuori luogo recitata in direzione dello spettatore prima dei titoli di testa: “This never happened to the other feller”, ovvero “Questo non è mai successo a quello di prima”. Esatto.
Oggi non capita di frequente di rivedere OHMSS (acronimo del titolo originale On Her Majesty’s Secret Service).
Essendo l’unico film della serie privo di lieto fine, anche in Inghilterra non è ritenuto adatto alle varie festività in cui Bond viene presentato televisivamente alle famiglie.
Senza contare che, come film più lungo della serie, ha dovuto subire in certi passaggi sulla tv britannica la suddivisione in due puntate e in vecchie versioni video (poi distribuite in Italia dalla Warner o trasmesse in tv da Canale 5) il clamoroso taglio di un paio di scene.
Di OHMSS si è parlato talmente male che quando si ha invece l’occasione di rivederlo, si scopre che non era affatto un
brutto film e che Lazenby, pur essendo del tutto privo della fisicità del magico Connery, aveva saputo dare qualche tocco di umanità al personaggio, soprattutto nella sequenza in cui, braccato dalla SPECTRE dopo la fuga da Piz Gloria, viene salvato da Tracy e comprende finalmente di amarla. Ciò non toglie che OHMSS sia stato un pauroso flop al botteghino e abbia messo a repentaglio la continuazione della serie. E abbia convinto, a torto, i produttori Saltzman e Broccoli che
il pubblico volesse vedere storie più fantascientifiche come Si vive solo due volte, invece che fedeli trasposizioni dei libri di
Fleming.
Lazenby venne licenziato dopo un solo episodio e con lui venne silurato il pur bravo regista Peter Hunt. Per salvare la serie
i produttori dovettero riassumere Sean Connery, abbinato a Guy Hamilton, già regista del fortunatissimo Missione
Goldfinger, come garanzia di successo. Solo con questo intervento d’emergenza 007 poté proseguire la sua cine-saga per gli anni a venire.
E da qui passiamo al ‘79. Il culmine della disastrosa tendenza al fanta-bondismo arrivò infatti dieci anni dopo OHMSS, con il film universalmente considerato come il peggiore della serie. Ebbene sì, sto parlando di Moonraker Operazione Spazio, un film nato per sbaglio, o forse per un errore del computer. Non passa inosservato come negli anni Settanta i produttori cercassero di raccogliere spunti dalle tendenze del momento: lo sbarco lunare in Una cascata di diamanti, il cinema “negro” della cosiddetta blaxploitation in Vivi e lascia morire, i film di arti marziali made in Hong Kong ne L’uomo dalla pistola d’oro e perfino Lo squalo di Spielberg o i telefilm UFO per La spia che mi amava. Ma dopo il successo de La spia, praticamente un remake (riuscito meglio) di Si vive solo due volte, e la contemporanea esplosione del grande cinema di fantascienza con Guerre stellari, Incontri ravvicinati del terzo tipo, la ripresa di Star Trek e via dicendo, Albert R. Broccoli pensò di fare il grande colpo: un film spaziale di James Bond!!! Perciò decise di infischiarsene se alla fine de La spia che
mi amava era stato promesso al pubblico Solo per i tuoi occhi: infilò in un cassetto la sceneggiatura già pronta del nuovo film (lo stesso errore commesso anni prima quando aveva rimandato OHMSS per girare anticipatamente Si vive solo due volte) e commissionò uno script liberamente basato sul romanzo Moonraker-Il grande slam della morte a Christopher Wood, già revisore e parzialmente autore de La spia che mi amava.
Wood eseguì gli ordini: ignorò il romanzo, prese la sceneggiatura de La spia e sostituì Hugo Drax a Stromberg e l’agente della CIA Holly Goodhead all’agente russa Anya Amasova. Riprese pari pari “Squalo” Jaws (tanto al pubblico piaceva) e
naturalmente rimpiazzò il complotto sottomarino con un complotto spaziale. Il movente dell’azione era praticamente identico: lo sterminio della razza umana da parte di un industriale-scienziato megalomane per creare una nuova superrazza in una base segreta. Solo che stavolta Bond non doveva fare il minimo sforzo per scoprire chi fosse il colpevole: gli bastava fare visita a Drax perché questi si tradisse immediatamente, tentando maldestramente di ucciderlo. Del romanzo si salvavano solo il nome del cattivo, il termine “Moonraker” e il ruolo della protagonista, agente infiltrata nell’organizzazione di Drax. Ma non era la fedeltà a Fleming che importava in quel momento: basta guardare il trailer per notare con un certo imbarazzo la grafica “in prospettiva” stile Guerre stellari che accompagna le sequenze spaziali. Per
fortuna, nonostante Moonraker sia stato premiato da incassi sproporzionati ai suoi meriti, Broccoli preferì tornare sulla Terra e col successivo Solo per i tuoi occhi inaugurò un nuovo corso che ha riportato Bond a vicende più terrestri. Moonraker tuttavia condannò Moore all’etichetta di “007 da effetti speciali” che nessuno riuscirà mai a togliergli di dosso.
E così arriviamo all’89, quando il nuovo interprete scelto per rimpiazzare Roger Moore, Timothy Dalton, cominciò a dare segni di precoce invecchiamento.
Nell’87, il suo primo film da Bond era riuscito piuttosto bene, anche se molti giornalisti, ormai abituati al binomio 007-
megacomplotto, erano rimasti spaesati di fronte alla vera storia di spie raccontata in Zona pericolo. Ma il secondo Bond
daltoniano aveva cominciato, almeno in Italia, ad avere problemi già dal titolo. Era stato battezzato in fase di lavoro Licence
Revoked (ovvero Licenza revocata), quasi ad annunciare un possibile collegamento col primo romanzo dello 007 di John Gardner, Licence Renewed (Rinnovo di licenza). Uscì invece come Licence to Kill, ovvero Licenza di uccidere, titolo già usato in Italia per Dr. No, e dovette essere trasformato nel nostro paese in Vendetta privata. Era in ogni caso il primo film a usare un titolo proveniente dal mondo di Fleming, ma non di un suo testo. La sceneggiatura, ultima a portare la gloriosa
firma di Richard Maibaum, saccheggiava un racconto e alcuni ritagli del romanzo Vivi e lascia morire, tra cui il memorabile incontro tra Felix Leiter e uno squalo affamato: un film duro e complessivamente vicino allo spirito di Fleming, a parte qualche scivolata umoristica un po’ fuori luogo.
Ma il problema principale era, una volta di più, l’interprete. Dalton, vittima di un parrucchiere sadico, vi appariva con improbabili pettinature che facevano provare nostalgia per il parrucchino sfoggiato da Connery in Mai dire mai. Stanco e poco convinto, l’attore era destinato a interrompere anticipatamente il suo rapporto con Bond. Forse un diverbio con la famiglia Broccoli, forse un dissidio col regista John Glen che doveva dirigerlo nelle vesti di Cristoforo Colombo in Cristoforo Colombo- La scoperta (dove venne sostituito da George Corraface), forse alcuni commenti poco favorevoli sullo script di Goldeneye ancora in preparazione, portarono a una definitiva revoca di licenza per l’attore gallese. E il pubblico dovette aspettare ben otto anni per vedere un nuovo film di 007, quando il massimo dell’attesa tra un episodio e l’altro erano stati i tre anni tra L’uomo dalla pistola d’oro e la spia che mi amava. Ancora una volta, il numero 9 non ha portato fortuna a 007.
E ora siamo al ‘99. Riuscirà Pierce Brosnan a passare indenne attraverso la crisi che apparentemente colpisce la serie 007 ogni dieci anni? Le probabilità sono a suo favore: Brosnan è l’unico successore di Connery che sia riuscito a mettere d’accordo quasi tutti gli spettatori. Anzi, la sua apparizione in Goldeneye è riuscita a riportare James Bond a livelli di successo che sembravano ormai appartenere solo agli anni Sessanta, scatenando un’ondata di “ritorni” di serie e personaggi che appartenevano a quei tempi (Il Santo, The Avengers, Mission: Impossible) o che ne sono la parodia (Austin Powers). Lo stesso Mike Myers ha proposto a Brosnan, che tuttavia non ha accettato, una partecipazione straordinaria e autoparodistica a Austin Powers-La spia che ci provava. Insomma, il successo di Brosnan è riuscito a far passare in secondo piano i difetti de Il domani non muore mai, mentre Il mondo non basta promette di essere un film di sicuro successo. Ma... Ma Brosnan, ora impegnato in film di altro genere come Gioco a due o Grey Owl, sembra propenso a cedere alla tentazione di dedicarsi ad altro. Dopo le voci che davano TWINE come suo ultimo 007, Brosnan ha dichiarato di voler girare ancora un altro episodio, ma ha richiesto un intervallo più lungo: non i due anni regolamentari, ma almeno tre se non quattro. Il suo contratto per la serie 007 prevedeva, del resto, tre film sicuri e la possibilità di un quarto. Intanto si sono diffuse le più improbabili opinioni su quale dovrebbe essere il Bond del nuovo millennio. C’è chi, in nome del politically correct, lo vorrebbe omosessuale, fraintendendo una battuta di Rupert Everett, che di Bond fece una parodia in una scena de Il matrimonio del mio migliore amico. C’è chi lo vorrebbe di colore, ma sarebbe come far diventare bianchi il detective Shaft o i poliziotti di Chester Himes. E c’è chi invece lo vuole come deve essere: l’eroe che abbiamo amato nei romanzi di Fleming. Ma per sapere quale destino attende il Bond “classe ‘99” dovremo pazientemente attendere il 2000. Buona fortuna, mister Bond. Il turista appassionato bondiano, che volesse avere un’idea migliore dei luoghi dove sono stati ambienati questi film, puo’ trovare delle informazioni molto interessanti nel racconto (pubblicato su questo numero di QUARTERDECK) “007 MISSIONE MIAMI E KEY WEST”. Inoltre la PIZ GLORIA PRODUCTION, che collabora con la nostra rivista, ha portato a termine la sua prima impresa proprio nella vicina confederazione Elvetica dove Blofeld aveva il suo rifugio segreto; per l’appunto il PIZ GLORIA. Nei prossimi numeri potrete trovare tutti i dettagli di: “ 007 MISSIONE SVIZZERA”