Shaken or stirred di Carlo Oliva
Non ho l’abitudine di attaccare bottone con gli sconosciuti al bar, ma il tipo seduto allo sgabello all’altra estremità del banco mi aveva colpito. Alto, magro, abbronzato, con i folti capelli neri, appena un po’ brizzolati alle tempie, che ricadevano in una specie di ciuffo proprio sopra il sopracciglio destro, i lineamenti tesi, con quella bocca piuttosto crudele e quegli occhi attenti, semichiusi, con una sfumatura di fredda rabbia nello sguardo, che si erano tuttavia rilasciata in una specie di espressione di nostalgia quando aveva chiesto al barman di preparargli un Martini speciale, secondo una ricetta che non avevo mai sentito prima. “Un Martini dry” aveva detto, “in una coppa alta da champagne.” Parlava in un francese privo di accento che non doveva, tuttavia, essere la sua lingua madre. “Tre dosi di Gordon’s,” aveva poi precisato meticolosamente, “una di vodka e mezza di Kina Lillet. Lo scuota bene nello shaker finché sia ghiacciato e poi ci metta una bella fetta sottile di limone. Tutto chiaro?” Il barista aveva annuito, con l’aria di chi apprezza l’idea. Ma poi si era voltato a dare un’occhiata alle file di bottiglie ordinatamente allineate lungo lo specchio alle sue spalle e si era rivolto al cliente con un tono di rammarico nella voce. “Mi spiace, signore” aveva detto. “A quanto pare non abbiamo la Kina Lillet. Vuole che proviamo con il Dubonnet?” Il tipo aveva scosso le spalle. “No, lasci perdere” aveva detto. “Mi faccia un Martini normale. Vodka, secco, con buccia di limone. E agitato, non mescolato, mi raccomando.” Mentre il barman si metteva al lavoro, l’uomo dalla bocca crudele si era guardato attorno e si era accorto che lo stavo fissando. Mi aveva rivolto un mezzo sorriso di scusa, come se fosse stato sorpreso a commettere un’azione in qualche modo riprovevole. “Le vecchie abitudini sono dure a morire” aveva detto. “Ma ormai la Kina Lillet non si trova più da nessuna parte.” “Sì” avevo annuito, comprensivo. “Peccato. Una punta di amaro, nel Martini, ogni tanto piace anche a me.” “Be’, non era esattamente un Martini che avevo ordinato. È una cosa che ho inventato io, tanti anni fa.” “Come si chiama?” avevo chiesto educatamente. Non ero completamente sicuro dell’utilità di mescolare tre parti di gin e una di vodka, ma, nel complesso, l’idea mi sembrava interessante. “Il Ves…” aveva cominciato il mio interlocutore, poi si era interrotto, come se gli fosse venuto in mente qualcosa di spiacevole o di doloroso. “Non ha un nome” aveva concluso sbrigativamente. “È solo una cosa da bere all’ora del tramonto. Anzi, era, perché senza la Kina Lillet non si può più fare.” A questo punto il barman gli aveva messo davanti il suo Martini. Il tipo, stranamente, aveva pagato subito il conto. Poi mi aveva sorriso e si era portato il bicchiere alle labbra. Il primo sorso di Martini della giornata è sacro, per cui lo avevo lasciato in pace. E visto che avevo finito il mio, feci cenno al barista di prepararmene un altro. Si crea una specie di familiarità, comunque, tra due persone sedute al banco nel bar deserto di un grande albergo. In quel tardo pomeriggio di settembre, reso più freddo dal vento che spingeva le onde grigie del Mare del Nord contro il molo, era fatale che la nostra conversazione, presto o tardi, riprendesse. E ci pensò il barman a creare l’occasione. “Ecco il suo Martini, monsieur” sentì il bisogno di dire, porgendomi il bicchiere e una coppetta di noccioline di cui, a dire il vero, non sentivo affatto il bisogno. “Tanqueray’s, né limone né oliva, mescolato.” Il tipo sorrise, guardandomi con quel suo sguardo penetrante. “Lei è più tradizionalista di me” osservò. A dire il vero, era lui ad avere un aspetto, se non tradizionalista, piuttosto convenzionale, con quel completo blu scuro, la camicia di seta pesante con una cravatta nera sottile di maglia di seta, i mocassini e i calzini in tinta. Ma bastava l’espressione intensa del suo volto per far capire che non si trattava né del funzionario di una compagnia di esportazioni né del solito manager in vacanza. “Sì” risposi sentendomi, chissà perché, vagamente imbarazzato. “A me il Martini è sempre piaciuto con il gin.