Pierce Brosnan, tra lodi ed eccessi

Prima di conoscere il nuovo volto chiamato a riscattare le sorti di James Bond, dopo il mezzo passo falso di Dalton, si deve attendere (in Italia) fino al 1996, con l'arrivo di Goldeneye. Sono passati pressappoco sei anni dall'episodio precedente, e dal punto di vista della famiglia Broccoli è giunto il momento del riscatto. Ma, si chiede Ciak, riuscirà 007 a conquistare il pubblico degli anni Novanta? La stessa rivista ne sembra convinta e parla di «nuovo entusiasmo» e persino di «trionfo» e parimenti Paolo Mereghetti, titolare dell'omonimo dizionario dei film, su Sette, il settimanale del Corriere della Sera, assicura che Bond «torna a volare alto». I punti di forza del nuovo
corso, stando a Cineforum, paiono essere perlomeno un paio: in primo luogo 007 torna indietro, alla Madre Russia, nemica di sempre; e secondariamente capisce che le ali su cui deve volare sono quelle dell'autoironia e della nostalgia. Per sommi capi, dunque, la spia inglese riesce a riguadagnarsi la stima dei critici, tant'è vero che anche Morando Morandini, uno dei «decani» del settore, stima che il nuovo episodio «è migliore degli ultimi tre per la sapiente mistura tra fedeltà ripetitiva a una formula e piccole novità nella confezione». Persino il severo recensore Tullio Kezich, per interi decenni refrattario nei confronti della serie, rivaluta James Bond. Rendendo giustizia postuma, tra l'altro, a uno tra i più anomali (e autorevoli) fan dell'epopea bondiana, il suo amico regista Federico Fellini. Sostiene infatti sul Corriere della Sera: […] il vero arcinemico di James Bond sono io: l'ho odiato, distinguendomi in questo dai più raffinati intellettuali, fin dalla sua prima apparizione. Mi capitò perfino di definire la sua famigerata “licenza di uccidere” un brevetto Adolf Hitler. […] Insomma fare di un assassino patentato il milite ignoto della Guerra fredda e l'eroe più applaudito della cultura “pop” mi è sempre apparso come un sintomo di regressione delle masse a una sindrome infantile di onnipotenza. Non vedevo l'ora di
vedere Bond sparire dalla scena e già nel '70, per Al servizio segreto di Sua Maestà, lo definivo “un culto in decadenza”, nel '75 per L'uomo dalla pistola d'oro scrivevo “Il mito mostra la corda”, e via sbagliando. Ammetto di non aver avuto un gran fiuto; e forse avrei fatto meglio a prestare orecchio a Fellini quando, entusiasta di Goldfinger come non lo vidi né prima né dopo di nessun altro film, mi disse: “È riuscito a captare, dentro una formula convenzionale, il messaggio magari parziale, distorto e impazzito dell'uomo d'oggi”. Sarà così e la mia invincibile allergia verso lo spione bellimbusto serve solo a dimostrare, ancora una volta, che i critici non capiscono niente. L'avvenimento che contraddistingue più marcatamente le cronache del 1996 è la pubblicazione, da parte di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, di un articolo che riconosce alle opere della EON il merito di rispecchiare con rigore, al proprio interno, il  cangiante andamento della politica internazionale. Proprio in virtù del suo peso, tale proclamazione è immediatamente ripresa da La Stampa (che titola: «E la sinistra rivaluta James Bond»), e da Epoca («Liberazione esalta James Bond: 007 è meglio di Karl Marx»). Ma ecco alcuni
estratti del panegirico firmato da Ivo Scanner: Sui film della serie Bond per tutti gli anni Sessanta si è di squisito nel tentativo di trovare connotazioni politiche alle avventure della celebre spia. Nel 1965 la rivista Cineforum si chiedeva se Bond fosse «fascista o socialde-mocratico», e nello stesso anno la Pravda accomunava 007 ai giovani nazisti di Hitler. Oggi quell'approccio sembra superato, troppo ideologico e schematico. […] Tutta la storia degli ultimi trent'anni potrebbe essere letta attraverso i film di Bond (e, a ritroso, attraverso i romanzi di Ian Fleming) […]. […] le avventure della più famosa spia del mondo sono la migliore spia di quel che si muove nell'immaginario e nel senso comune. Ci avvisano quando, dalle nostre parti, inizia una nuova crociata.

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