Parola del professionista
Di: Stefano di marino
Nel del 1995 Chance Renard viveva sulle pagine della testata mondadoriana dedicata alla spy-story la sua prima avventura. Raid a Kouru (recentemente ristampato per la libreria in TEA con il titolo Commando Ombra) aveva già in nuce tutti gli elementi - dal protagonista che visualizzai con la faccia di Tom Berenger - di un serial destinato a svilupparsi negli anni. Non era la prima volta che accadeva su Segretissimo, basta ricordare i personaggi di Remo Guerrini e Andrea Santini ma il traguardo dei dieci anni di pubblicazione arriva gradevolmente inaspettato anche per me. Il nemico siamo noi, il romanzo attualmente in edicola segna un punto importante della serie. Il personaggio è un po' invecchiato, ma soprattutto la formula si è avvicinata alla realtà e autore e protagonista non esitano a prendere apertamente posizione rispetto alla guerra in Medio Oriente. Invece di ripercorrere la carriera del personaggio, ho pensato che il modo più originale e interessante di celebrarlo fosse rivelare ai lettori qualche trucco del mestiere, in particolare riguardo allo sviluppo di un serial, operazione che si discosta non poco dalla stesura di un romanzo a sè stante. Per un narratore, di genere soprattutto, scrivere un serial è un'ottima opportunità. Consente di mantenere nel tempo il rapporto con il pubblico fidelizzandolo non solo al proprio nome e ai propri personaggi, ma anche a tutto il suo mondo immaginario. Questo è quell'insieme di regole' e convenzioni narrative che solo superficialmente chiamiamo clichè, ma che variano da autore ad autore e, alla fine, ne rappresentano la cifra stilistica. Mi spiego, l'eroe, il super cattivo, la spalla, la bella, la maliarda, la lotta contro il tempo, sono tutti clichè della narrativa d'intrattenimento e, in quanto tali, possono essere amici o implacabili nemici del narratore a secondo dell'uso che questi ne fa. Nel romanzo di spionaggio poi cinema e narrativa scritta hanno impiegato queste figure sino all'inverosimile, da una parte obbligando l'autore a farvi ricorso, proprio perché parti irrinunciabili del filone, e dall'altra costringendolo a compiere continui sforzi per rileggere ciò che già esisteva in maniera sempre nuova e originale. Il ciclo di James Bond 007, soprattutto quello cinematografico ne è un esempio lampante. Che cosa sarebbe Bond senza tutti quegli elementi e personaggi di contorno che lo spettatore si aspetta di trovare in ogni film ma che esige di veder presentati in maniera sempre differente? Un mediocre scrittore resterà prigioniero dei clichè, lascerà che la storia scaturisca da essi nel modo più banale e ripetitivo, creando nel lettore un effetto noia che, a lungo andare, si ritorcerà contro di lui. È il caso di moltissimi serial nati da un'intuizione originale del loro ideatore e proseguiti da autori differenti da quelli originali che si limitano ad applicare la ricettina senza aggiungervi (o sapervi aggiungere) nulla di personale con l'illusione che per replicare un successo basti riproporne pedissequamente gli elementi più riconoscibili. Per sapersi servire efficacemente dei clichè è necessario conoscerli molto bene, ma soprattutto rendersi conto che ciascun autore ha i suoi o meglio, riesce a inventare una sua formula che utilizza gli archetipi del genere in maniera a volte solo leggermente differente ma sufficiente a renderli una strada originale da seguire con sicurezza ma senza ripetitività. Quentin Tarantino è un profondo conoscitore della narrativa di genere e popolare, tanto da potersi permettere di ribaltare il clichè in qualcosa di assolutamente nuovo che stravolge le aspettative dello spettatore medio.