Missione Impossibile
A cura di
Andrea Carlo Cappi
Pensavate che Mission:Impossible fosse un’invezione recente, creata da Tom Cruise per fare bella figura sullo schermo? Non è così. Quello di Mission: Impossible, confidenzialmente M:I, è un marchio che risale agli anni ’60, quando l’ondata di spy-stories successiva al trionfo sugli schermi cinematografici di James Bond indusse ogni rete televisiva a cercare idee e soggetti a sfondo spionistico. E negli USA le idee non mancavano…
"Buongiorno mister Phelps" esordiva ogni settimana la voce registrata di un misterioso alto funzionario della CIA. Nel dare le istruzioni per la missione a Jim Phelps, capo dell'IMF (Impossible Mission Force), la voce ricordava che in caso di
fallimento il governo americano avrebbe negato ogni rapporto con lui e i suoi agenti. Il messaggio si concludeva annunciando che il nastro si sarebbe autodistrutto entro cinque secondi. Nel tempo il nastro è stato rimpiazzato da sistemi di comunicazioni sempre più moderni, ma sempre puntualmente autodistruttivi. Creata da Bruce Geller per la CBS
Paramount, la serie Mission: Impossible veniva messa in onda a partire dal settembre 1967, chiudendo nel 1973 con ben 171 episodi al suo attivo. A differenza di ogni altra serie di telefilm, lo schema narrativo prevaleva sui personaggi o sui
loro interpreti, consentendo senza traumi una continua sostituzione degli attori. Già alla seconda stagione Peter Graves (nel ruolo di Jim Phelps) prendeva il posto di Steven Hill (interprete di Dan Briggs) come capo della IMF. I coniugi Martin
Landau e Barbara Bain resistevano per tre stagioni prima di trasmigrare in Spazio 1999, sostituiti da Leonard Nimoy (reduce da Star Trek) e da Lesley Ann Warren e Linda Day George, per citare solo i nomi più noti. Meno noti, l’attore di
colore Greg Morris e il muscoloso Peter Lupus sono presenze pressoché costanti in tutta la serie.
L’unica clamorosa sostituzione di un attore in un ruolo precedentemente occupato da un altro (normalissima procedura nella serie 007) avviene con il primo film dedicato all’IMF, e si parla del 1996, quando Jon Voight subentra all’anzianotto Peter Graves nel ruolo di Phelps. La specialità dell'IMF era ciò che gli uomini del Watergate definivano ratfucking: con
l'ausilio di perfetti travestimenti, false identità e moderne tecnologie, ingannare i nemici per metterli gli uni contro gli altri e procurarsi informazioni inaccessibili. Bersagli principali: spie russe, rivoluzionari latinoamericani e, negli anni del disgelo, signori della droga. Spesso si trattava di intrappolare un avversario in uno scenario impossibile, per indurlo a tradirsi o a compiere mosse false: fonti di ispirazione il romanzo Tempo fuori luogo di Philip K. Dick o il film Le ultime 36 ore di George Seaton.
Nel 1988 la serie veniva ripresa dall'ABC TV, aggirando gli ostacoli sui diritti d'autore grazie a una coproduzione australiana e impiegando un nuovo cast guidato dal veterano Peter Graves. Va segnalato il cameo di Greg Morris nel pilota della nuova serie, Il serpente d’oro, in cui le consegne vengono passate al figlio Phil Morris. Nel cast anche la bella Jane Badler, il forzuto Tony Hamilton, l’enigmatico Thaao Penghlis. Ma, nonostante la buona qualità di molti episodi, mancava lo smalto degli anni migliori. La CIC video ha distribuito l’episodio pilota anche in videocassetta: una delle poche missioni
impossibili televisive reperibili. Si facevano avanti nel frattempo Tom Cruise e il regista Brian De Palma, maestro del film di citazione anche se qui meno percettibile come autore. Il momento era perfetto: Pierce Brosnan aveva appena rilanciato 007 e di riflesso il film di spionaggio d’azione, risvegliando tutti gli altri miti degli anni ’60, da Simon Templar a John Steed. Nella prima Mission: Impossible cinematografica, Jon Voight è un Jim Phelps sorprendentemente sposato con Emmanuelle Beart, mentre Cruise è Ethan Hunt, uno dei suoi agenti. Ritenuto responsabile dello sterminio della propria squadra e braccato dalla CIA, Hunt è costretto ad allestire una propria squadra di "impossibili" (che include Jean Reno di Leon e Ving Rhames di Pulp fiction) per intrappolare i veri colpevoli. Posta in gioco: la lista dei NOC, agenti americani dalla "copertura non ufficiale". Altamente spettacolare, privilegiando l'azione soprattutto nel secondo tempo, il film si conclude
con un teso finale ad alta velocità sul treno TGV Londra-Parigi, rinnovando una classica situazione da film d'avventure. Notevole la colonna sonora di Danny Elfman. A chi si fosse perso il film, evitiamo di rivelare i colpi di scena. Diciamo solo
che al pubblico manca però la complessità e la raffinatezza delle trame dei migliori episodi della serie.
L’attesa per M:I2, come ormai viene chiamato, è lunga ma il pubblico che si attendeva un recupero delle strutture narrative DOC della serie non è stato accontentato. Il regista John Woo, che pure è bravissimo nel fondere straordinarie coreografie
d’azione a trame con un minimo di complessità, ha deciso questa volta di puntare esclusivamente all’immagine, realizzando una sorta di raffinatissimo videoclip d’azione sulle notevoli musiche di Hans Zimmer (che qui si cimenta anche col flamenco).La trama è esile e pretestuosa: fonde la caccia al virus e al suo antidoto con un pizzico del Notorious di Alfred Hitchcock e delle missioni originali riprende solo il gioco di maschere e travestimenti che permette ai personaggi di cambiare aspetto (tema caro a Woo, come ricorderete da Face-off). Se in Faceoff c’era un inseguimento tra motoscafi il cui
scopo era battere in spettacolarità quello del film Vivi e lascia morire, in programma in M:I2 c’era una scena di Base-Jump che doveva superare quella di May Day in 007-Bersaglio mobile: la controfigura di Tom Cruise doveva lanciarsi dalla sommità del monte dello Utah scalato al principio del film… ma le autorità dello stato hanno dichiarato illlegale il Base-Jump pochi giorni prima! Sicché la battuta del cattivo su Ethan Hunt e le sue acrobazie aeree cade un po’ nel vuoto (pardon the pun).
La strizzata d’occhio al pubblico bondiano è più che evidente: M:I2 è incentrato su un agente segreto protagonista, tralasciando il lavoro di squadra tradizionale della serie (c’è solo Ving Rhames, reduce dal primo film), per giunta alle prese con un suo collega deviato (ricordate Goldeneye?). C’è pure un “M” della situazione (Anthony Hopkins), un tipo di figura mai apparsa precedentemente nella serie. Ma quel che ci preoccupa è la pericolosa somiglianza tra l’unico vero guizzo di trama del film e uno degli ultimi libri di Bond: il virus è stato commissionato da un’industria farmaceutica allo scopo di detenere il monopolio dell’antidoto… Che Brannon Braga (sceneggiatore molto amato dal pubblico di Star Trek-La nuova generazione) abbia letto e saccheggiato il romanzo Obiettivo Decada del nostro amico Raymond Benson? Ma nonostante la bella Thandie Newton, i ritmi narrativi del grande John Woo e l’innegabile spettacolarità del film, M:I 2 non riesce a toglierci 007 dal cuore.
Provaci ancora, Tom.