Un racconto per il Miramonti di Cortina
Di:Edward Coffrini Dell’Orto
E’ una di quelle giornate che ti riconciliano col mondo. Il sole colora di un rosso intenso le Tofane, la temperatura di poco sotto lo zero è l'ideale per una giornata di sci memorabile. Quello che ci vuole per dimenticare l'Admiral e tutti i problemi della vita lavorativa di città. Dall'alto della seggiovia scorgo uno sciatore, l'unico della giornata fino a questo momento. Indossa uno strano giubbotto, che a prima vista sembra dotato di cellula di sopravvivenza gonfiabile. Rimango incantato nel vederlo condurre alla perfezione i suoi sci neri dalle generose sciancrature. C'è qualcosa di stranamente familiare in lui. Ma chi è questo lui? Che cosa sta facendo? Sembra proprio che mi stia sfidando. Sugli sci non mi tiro mai indietro. Ma chi si crede di essere Stenmark, Tomba? Mi lancio all'inseguimento e dopo qualche incrocio da adrenalina pura noto che si sta divertendo come un bambino e, a dispetto della sua età (deve aver superato i settanta), scia veramente alla grande. La visibilità ben presto diviene critica a causa dei cristalli di neve sospesi nell'aria, quando all'improvviso, il mio sfidante salta all'interno della pista di Bob: “Ma è pazzo, completamente pazzo”, penso. E io, più folle di lui, lo seguo all'istante.
Oddio! siamo in scia ad un bob; adesso voglio vedere che cosa fa! Curva parabolica e poi via esce saltando in mezzo ai pini. L'inseguimento si fa ancora più divertente, anche se ho la netta sensazione del dejà vu. Stop! Con una perfetta derapata arresta gli sci a pochi metri da una curiosa slitta d'epoca trainata da splendidi cavalli. «Svelto Meneguto al Miramonti» «Come ai vecchi tempi, eh, Sir» Mentre rimango imbambolato a cercare di capire chi sia questo Lord inglese, la slitta si avvia, ma l'anziano signore dagli occhi di ghiaccio fa cenno al barbuto cocchiere di fermarsi un momento. Con classe e agilità si volta dalla mia parte: «Figliolo, hai del fegato, che ne diresti di farmi compagnia per un drink?» Ancora in trance per i folli numeri sugli sci, rimango di sasso, a bocca aperta, a chiedermi se stia sognando o vivendo dentro un film. «Forza figliolo, non ho tutto il tempo del mondo» scoppia a ridere divertito dalla frase. “…neanche l'avesse inventata lui”, penso io. «Ho appuntamento a cena con un biologo marino che… lasciamo stare. Ti decidi o no? Sono vecchio: due mesi fa ho compiuto 84 anni e se non ti spiace vorrei festeggiare altrove il mio 85°». Carico i miei Salomon sulla slitta di legno chiaro e salgo a bordo. Con estrema sorpresa scopro che sotto alla coperta scozzese di lana grezza ci sono le mie scarpe. «Ma come …» «Figliolo, nel mio lavoro non si campa a lungo se non si è previdenti e poi, andiamo, mica volevi entrare al bar del Miramonti scalzo con gli scarponi in mano?» Continuo a non capire se sto sognando o vivendo un sogno. Mentre sono ancora assorto nei miei pensieri, il Meneguto imbocca il viale d'ingresso del Miramonti. Riconoscerei questa costruzione in stile, con la facciata di un bel giallo tenue che perfettamente si intona con l'ambiente, tra mille altre. Una volta scesi, ci dirigiamo verso la celebre bussola d'ingresso. La legna che scoppietta allegramente nel camino contribuisce a riscaldare ulteriormente un ambiente già molto confortevole ed elegante. Il direttore, personaggio incredibile, si intrattiene con tutti i clienti chiamandoli per nome quando, a un tratto, molla tutto e si dirige verso di noi chiedendoci di essere suoi ospiti per l'aperitivo. Noto con stupore che, contrariamente a quanto fatto fino ad ora, non chiama per nome il mio compagno di sci. I miei sospetti aumentano, anche se comincio a intuire, meglio tardi che mai, chi possa essere stato in passato quest'uomo. Dopo aver parlato di avventure in giro per il mondo, davanti a due Vodka Martini rigorosamente agitati, non mescolati, l'inglese sposta il polsino della camicia per far scorrere l'occhio su un vecchio Rolex Submariner modello 6538, quello con la corona grande senza spallette paracolpi; noto che con stupore che anche il cinturino di nylon a righe nere e verdi è identico al mio. Cerco di provocare una reazione, visto che ancora non sono riuscito a conoscere il suo nome: «Lo sa che il James Bond (questo è il nome che i collezionisti danno a quel tipo di orologio) che porta al polso è identico al mio?» Per un attimo il suo sguardo si fa minaccioso e vedo che porta la mano destra sotto l'ascella sinistra poi scoppia in una profonda risata e...: «Lo so, è la prima cosa che ho notato quando hai slacciato i ganci dei tuoi scarponi. Ci sono molto affezionato me lo ha regalato il mio amico Terence in Giamaica, nel lontano 1962… tu, caro Edward, all'epoca non eri ancora nato, ma apprezzo la tua eleganza». «Come diavolo fa a sapere il mio nome? E posso avere il piacere e l'onore di conoscere il suo?!» «Figliolo, mi ha fatto molto piacere chiacchierare con te, ma si è fatto tardi e, come ti dicevo prima, per la serata avevo altri impegni». Detto ciò, appoggia il suo bicchiere sul tavolino di legno e si avvicina agli ascensori, ma prima di entrare si volta, mi sorride fino a far sparire la cicatrice sulla guancia, e mi rivolge le sue ultime parole: «Davvero vuoi farmi credere che non hai capito chi sono?» Mentre le porte dell'ascensore cancellavano progressivamente l'immagine di quel curioso personaggio, rimango seduto sulla mia fumoir a chiedermi ancora una volta se stessi sognando o vivendo un sogno.