Le tre vite di Thomas Crown


di Andrea Carlo Cappi
Sono molte le ragioni per cui Quarterdeck si occupa in questo numero del recente film Gioco a due, interpretato da Pierce Brosnan e da Rene Russo. E non si tratta unicamente del fatto che l’interprete della pellicola è lo 007 in carica o che l’autore della colonna sonora, Bill Conti, ha firmato anche le musiche di un film della serie dedicata a James Bond, per la precisione di Solo per i tuoi occhi. I legami tra James Bond e Thomas Crown sono più profondi e risalgono alla stessa nascita del personaggio, ideato oltre trent’anni fa da un avvocato di nome Alan Trustman.
Forse fu per sfuggire alla routine dello studio legale di Boston in cui lavorava, o forse fu perché chiunque lavori con la
legge prima o poi è incuriosito dai mille modi di violarla (chissà che cosa direbbe di queste mie affermazioni l’illustre avvocato che collabora con Quarterdeck?). Fatto sta che nel 1965 che Trustman (letteralmente “uomo di fiducia”) ideò un piano criminoso  perfetto. Non era sua intenzione metterlo in atto: l’avvocato era più incuriosito dall’idea di imparare a scrivere una sceneggiatura che da quella di trasformarsi in un ladro. E così, in sole due settimane, nacque un copione intitolato The Crown Caper (“Il colpo di Crown”). La sceneggiatura era così entusiasmante che l’Agenzia William Morris, una delle principali operanti a Hollywood, scelta da Trustman come rappresentante, non ebbe la minima esitazione a proporla ai migliori registi sul mercato. Fu così che i diritti dell’opera del brillante esordiente furono rapidamente acquisiti dal regista canadese Norman Jewison, la cui filmografia avrebbe compreso film diversissimi tra loro quali La calda notte dell’ispettore Tibbs, Jesus Christ Superstar o Rollerball. Quando Jewison e Trustman si confrontarono sulla scelta dell’interprete, si trovarono immediatamente d’accordo su un nome: Sean Connery. L’attore scozzese, in quel momento identificato da tutti come James Bond (in quel momento era in lavorazione Si vive solo due volte) sembrava l’interprete ideale del personaggio: che cosa avrebbe fatto un uomo coi gusti raffinati di Bond, se non fosse stato al servizio segreto di Sua Maestà e fosse stato sufficientemente ricco da soddisfare tutti i propri capricci?
Avrebbe amato gli sport avventurosi (per esempio l’aliante) e avrebbe coltivato la sua passione per il golf aggiungendovi una dose di gioco d’azzardo. Probabilmente avrebbe cercato in ogni modo di soddisfare la propria passione per il rischio sfidando la legge ed escogitando elaborati piani criminosi. Per portarli a termine, non avrebbe esitato a trattare con nonchalance e con la sua consueta durezza con personaggi reclutati nel mondo della malavita, senza tuttavia sporcarsi le mani con una brutalità gratuita.
Insomma, se 007 si fosse trovato a vivere nella situazione di Thomas Crown, miliardario in dollari più per amore della
sfida che del semplice denaro, probabilmente si sarebbe comportato come Thomas Crown. E quando il copione di The
Crown Caper divenne una sceneggiatura più compiuta dal titolo The Thomas Crown Affair (“L’affare Thomas Crown”) era il
volto di Connery quello che Trustman vedeva quando pensava al suo personaggio.
Ma non tutto andò come previsto.
Proprio in quel momento, Sean Connery decise di allontanarsi da 007 e di sfuggire all’immagine che il personaggio gli
aveva costruito intorno. Bene o male, due dei film non bondiani interpretati da Connery in quel periodo, vale a dire La
donna di paglia o Marnie, non facevano che riprendere e sfruttare il look di 007, trasponendolo in altri contesti. Connery
voleva invece sperimentare le proprie capacità di attore cimentandosi in prove più ardue, come già ne La collina del disonore.
Perciò, quello non era il momento adatto per interpretare Crown. Nel frattempo, invece, uno dei più grandi attori di Hollywood, Steve McQueen, era alla ricerca di un personaggio che gli permettesse di uscire dalla sua abituale gabbia di “duro”:
identificato coi suoi ruoli abituali da rozzo cowboy o rude poliziotto, McQueen voleva invece dimostrare di saper interpretare anche un personaggio “di classe” come Crown. Non gli fu facile convincere Jewison, ma nel momento in cui arrivò la conferma che Connery non era disponibile, la parte fu sua.
Probabilmente più decisa fu la scelta della protagonista femminile, Faye Dunaway, nel ruolo dell’abilissima investigatrice nominata da una compagnia di assicurazioni perché affianchi la polizia nelle complesse indagini su una rapina in banca compiuta dagli uomini selezionati da Crown. Per chi ama le curiosità, nel cast appare, nel ruolo di uno dei rapinatori, l’attore Yaphet Kotto, che in seguito avrebbe girato Vivi e lascia morire nel ruolo del malefico antagonista di Roger Moore.
Sono molti gli elementi che hanno reso Il caso Thomas Crown (così fu intitolato nell’edizione italiana) un film di culto. Uno è senz’altro la tecnica del multiple screen, che permette di seguire sullo schermo diviso in settori rettangolari più azioni simultaneamente: oggi forse i video musicali e le innumerevoli citazioni ci hanno abituato a questo effetto, ma il risultato raggiunto da Jewison in questo film è ancora insuperato. L’altro elemento fondamentale è sicuramente la colonna sonora, scritta da un ispiratissimo Michel Legrand, il musicista parigino che una quindicina di anni più tardi avrebbe scritto la
colonna sonora di Mai dire mai. Culmine delle musiche de Il caso Thomas Crown è la canzone dei titoli di testa cantata da Noel Harrison, The Windmills of Your Mind, che vinse meritatamente il premio Oscar. Il resto è magia: quella rara combinazione di elementi che porta un film alla perfezione, come l’ironia di McQueen, l’eleganza e il fascino della Dunaway, il perfetto ritmo narrativo di Jewison e la provocatoria sequenza della partita a scacchi tra l’indiziato e l’investigatrice, carica di allusioni erotiche.
Ora si capisce perché, nel libero e originale rifacimento del film, la parte sia andata a Pierce Brosnan, da molti considerato il vero erede di Sean Connery.
Ci sono molti cambiamenti nella trama:
niente colpo in banca, ma un furto d’arte, niente partita a scacchi ma una più esplicita danza erotica tra Brosnan e una Russo dal vestito ultratrasparente... Erotismo più esplicito, testimoniato dal mutare dei tempi: una trentina d’anni fa sarebbe stato  sconveniente che un’attrice apparisse a seno scoperto, ora è normale che la Russo prenda normalmente il sole in topless su una spiaggia della Martinica. Resta deliziosa la partecipazione di Faye Dunaway nel ruolo dell’analista di Crown, uno degli elementi introdotti nel nuovo film. E bisogna dire che, pur con stili diversi, i nuovi protagonisti non sfigurano al confronto coi loro predecessori, così come fa un’ottima figura anche John McTiernan, il regista che ha diretto Sean Connery in Caccia a Ottobre Rosso e di cui è uscito ultimamente anche Il tredicesimo guerriero con Banderas. Dal punto di vista musicale, è bella anche la prova di Bill Conti, anche se il tema conduttore rimane The Windmills of Your Mind, ricantato da Sting. Insomma, è uno di quei rari casi in cui opera originale e remake convivono felicemente per la gioia degli spettatori. E Sean Connery? Anche lui,  recentemente ha avuto a che fare con una serie di furti d’arte e con un’avvenente investigatrice di una compagnia di assicurazioni: anche se la cifra stilistica di Entrapment di John Amiel è più vicina al cinema d’azione, non è difficile cogliere qualche suggestione reciproca.

Una curiosità che nessuno sembra avere rilevato a proposito di Entrapment: nella sequenza in cui Catherine Zeta-Jones si esercita a passare tra i fili rossi che simulano i raggi laser del sistema di sicurezza, molti hanno pensato di riconoscere una citazione da Missione: Impossibile di Brian De Palma. Nossignori: andatevi a ripassare un film dal titolo L’organizzazione ringrazia, firmato il Santo: un’avventura di Simon Templar, personaggio inventato da Leslie Charteris,
chiaramente influenzata dai film di 007 che all’epoca furoreggiavano sullo schermo. Scoprirete che Roger Moore, nel ruolo di Simon Templar alias “Il Santo” si trovava ad affrontare lo stesso tipo di esercitazione, prima di sfidare i laser di sorveglianza della  più inaccessibile delle camere blindate. Ma questa è un’altra storia, di cui parleremo un giorno o l’altro...

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