L’avventura italiana di James Bond
Ovvero lo sviluppo l’esplosione e la fine della bond mania
Di:Thomas Carta
Il rapporto di amore-odio tra gli abitanti dello Stivale e la spia britannica ha inizio nel gennaio del 1963, quando nei cinema, con il titolo Licenza di uccidere, arriva la versione italiana di Dr. No, seguito quasi esattamente un anno più tardi dal secondo episodio della saga, A 007, dalla Russia con amore. L'approccio, soprattutto per la prima pellicola, è tiepido, e sulla stampa il risalto è minimo. Le critiche, in ogni caso, prevalgono sulle note positive: se il Corriere della Sera si limita ad ammettere che «con ingredienti del genere non è possibile dubitare del buon esito commerciale» (cfr. le «ricette» esposte nel cap. 4.2), riconoscendo che «come giallo che mira al solo divertimento, ha tutte le carte in regola», e se Il Tempo ne scopre immediatamente la «collaudata formula di facile e sicuro successo», e cioè «criminali, belle donne e un pizzico di smagliante esotismo», mentre la Gazzetta del Popolo preferisce patriotticamente esaltare Daniela Bianchi, «reduce dai concorsi mondiali di bellezza» e Bond girl nel secondo film, c'è chi suona un campanello d'allarme a causa della «totale programmatica assenza di quel tentativo di giustificazione morale dei personaggi» che appaiono nella serie, con i buoni «che di buono, obiettivamente, non hanno molto di più dei cattivi». Il pubblico, dal canto suo, prima di adattarsi allo stile di 007 ha anch'esso bisogno di un breve lasso di tempo, e lo scalpore del debutto è minimo. «Nel 1963, al primo spettacolo il primo giorno di Licenza di uccidere», ricorda Maurizio Cabona del Giornale, «in sala c'erano solo un dodicenne (io) e sua nonna. L'eco fu lenta a diffondersi, ma allora i film in sala avevano vita più lunga che oggi, fra prima visione, prosecuzione di prima visione,
seconda visione, riprese: mesi e mesi. […] Ci fu più attesa per 007, dalla Russia con amore, anche perché interpretato in un ruolo obliquamente saffico - era la moda del momento - da Daniela Bianchi […]. Il vero mito nacque con Missione Goldfinger, anche perché preceduto da una non gratuita campagna di stampa.» A dispetto di quanto si possa presumere, una parte dei critici cinematografici dell'epoca appare però infastidita più dal successo al botteghino che dai contenuti. E per mascherare questa seccatura, ogni giustificazione è valida, a immagine di un anonimo recensore del Giorno che disapprova Licenza di uccidere, pellicola d'avventura, proprio perché «ci sono troppi elementi avventurosi». Subito dopo, tuttavia, lo stesso estensore dell'articolo ammette a denti stretti che il film «si lascia vedere volentieri ». È solo uno dei molti e divertenti esempi di come la critica «impegnata», specialmente nei primi anni, abbia spesso trattato 007 con sufficienza e spirito di superiorità (un altro potrebbe essere quello di Epoca, che senza giri di parole definisce «cacciaballe» 007, dalla Russia con amore, confessando però che alcune sequenze di questa «buffonata» strappano l'applauso). Riguardo ai motivi di tale atteggiamento, Giancarlo Zappoli ha le idee chiare: «La serie di Bond», spiega, «è stata da subito “popolare”, e tutto ciò che è popolare viene (nove volte su dieci) immediatamente respinto dai critici che si sentono investiti di un mandato divino da “vestali” e quindi da custodi di ciò che è buono e “va visto” e di ciò che non lo è ma che, “purtroppo”, il pubblico va a vedere. Ecco allora che Bond, con la sua ideologia (non tutta immacolata), con i suoi gadget di lusso, con le sue canzoni da titolo di testa interpretate dal jet set della musica internazionale, non “poteva” avere fortuna presso i nostri studiosi, che lo hanno sistematicamente snobbato “perdonando” (bontà loro) in seguito Sean Connery per essere diventato la star che è grazie proprio a questo personaggio».