James Bond, cinquant’anni di un moschettiere

Di: Andrea G. Piketts


La letteratura che ha a che fare con le spie è relativamente recente, per quanto la spia esista, come figura, fin dalla nascita della letteratura. Esiste la figura della spia e ha una connotazione totalmente negativa perché chi fa la spia (ricorderete quelle filastroccheterribili che si insegnavano all’oratorio) non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù e quant’altro. Soprattutto, peggio ancora, chi non beve in compagnia o è un ladro o è una spia. Ma c'era addirittura un’accezione peggiore che diceva: chi non piscia in compagnia o ce l’ha moscio o ce l’ha via. Quindi qualcosa che assolutamente toglieva il bello di fare la spia. Se è vero che ci sono sempre state grandi spie, simpatiche e vagamente canagliesche come i tre moschettieri che recuperano il collier della regina, è altrettanto vero che il protagonista del primo romanzo di spionaggio, opera del grandissimo scrittore Joseph Conrad, è un personaggio terribile. Soprattutto perché il protagonista de L'agente segreto, del 1909, è un individuo totalmente negativo, un vero bastardo di botteghiere che fa morire un altro in vece sua. Per far sì che la spia torni ad assurgere al ruolo dei tre moschettieri (che sono quattro), pur essendo una persona sola, bisogna aspettare il 1952, quando un certo Fleming, omonimo dello scopritore della penicillina, inventa James Bond. E James Bond cos’ha in comune con i tre moschettieri? Che si triplica, si quadruplica: è goloso come Athos, è vagamente mistico come Aramis, è sicuramente motivato come Portos, è un ragazzaccio come D'Artagnan. Quest’uomo si chiama Bond, anzi, il suo nome è Bond, James Bond e forse è più vicino ai moschettieri o ai pirati della regina di quanto non lo siano tutti gli eroi e antieroi che seguiranno le sue orme. È un pirata, è vicino a Francis Drake, il pirata di Sua Maestà. E' inglese ma, secondo Fleming, ha lineamenti estremamente poco inglesi. E' sicuramente più sessuato di quanto lo sia Topolino, Non è mai stato un moralista e forse per questo sopravvive e sopprime il moralismo che lo ha sempre condannato. È forse l’autentico figlio di puttana elevato ad eroe. Perché eroe? Perché combatte per salvare un sistema che per certi versi cerca di evitare. Forse per questo James Bond è stato accusato di tutto. Specialmente qui in Italia, dove tuttavia è stato difeso da persone insospettabili, quali Alberto Arbasino e Dino Buzzati. Ed è stato esaminato da un uomo che dello studio di 007 avrebbe fatto addirittura una delle proprie carte in tavola per trasformarsi in analista dei fenomeni culturali in modo colto. Parlo di Umberto Eco, che non a caso si interessò alla figura di Bond come "superuomo di massa". Ma Bond è stato detestato da uno degli scrittori che io detesto di più, Alberto Moravia, che alla nascita di 007 lo penalizzò, dicendo che quella non era letteratura. Dimenticandosi, o forse ignorando il fatto, che la letteratura popolare è quella che ha gli strumenti per rivolgersi al popolo e per creare un sintomo, un'icona, una sorta di viatico per sopravvivere al tempo che passa. Bond è un personaggio assolutamente straordinario che sopravvive alla sua stessa vita. Dal 1952, anno in cui è stato creato in un luogo suggestivo come il rum della Giamaica. Dal 1962, quando è diventato cinema e leggenda e ha avuto il privilegio di creare la prima Bond-girl in assoluto, la straordinaria Ursula Andress, che è virtualmente morta dopo quel film, come Anita Ekberg è virtualmente morta dopo La dolce vita di Fellini, non riuscendo a sopravvivere al mito. Bond invece è sopravissuto a tutto: a Goldfinger, alla Spectre, a complotti che oggi ci fanno quasi sorridere, ma sempre di compiacimento e nello stesso tempo di tenerezza. Bond è sopravissuto ai cambiamenti della politica estera perché in fondo, per certi versi, è un totalissimo qualunquista.
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