
IO E JAMES BOND
Di Stephen Gunn
Delle due una. Chi ha scritto romanzi di spionaggio nella seconda metà del ventesimo secolo ignorando l’opera di Fleming è stato o un genio assoluto o un totale incompetente. Considerato che Le Carrè e Fredrick Forsyth appartengono alla prima delle due categorie, possiamo scusarli per aver intrapreso strade diametralmente opposte a quella scelta dal papà di 007 ( ma non è stato forse un calcolo meditato, quindi scaturito dalla conoscenza delle imprese quantomeno letterarie di Bond?). Tutti gli altri autori di un qualche rilievo hanno, nel corso del tempo, attinto in una maniera o nell’altra all’universo bondiano cinematografico o letterario. E io non mi sottraggo nella mia doppia identità di Stephen Gunn/ Xavier LeNormand a quest’eredità, perché farlo sarebbe presuntuoso e stupido.
I romanzi di Fleming, più dei film anche se negli ultimi anni una certa componente oscura è stata abbondantemente ripresa (basti pensare al magnifico prologo di La Morte può attendere) , erano una riuscita miscela di storie d’avventura esotica e noir, dominati da un eroe dolente, consapevole della sua solitudine quanto della necessità di godersi la vita finché ne aveva l’opportunità. Vivi e lascia morire, Si vive solo due volte, La Morte può attendere e Il Mondo non basta… motti e frasi diventati titoli ad effetto ma che racchiudono l’essenza del mondo di 007, un universo glamour ma violento che i romanzi esprimevano con potentissima enfasi sin dalla laconica battuta finale di Casinò Royale “Quella puttana è morta!” E forse ripensando a Vesper Lynd Bond ha amato tutte le successive compagne d’avventura con eguale disperata rassegnazione. Un tratto tipicamente “nero” che forse il cinema ha sfumato ma che è rimasto bene impresso nella mente di altri romanzieri che si sono cimentati con il genere. Non importa veramente sapere se il primato di aver iniziato il filone della spy-story d’azione incontrata su una forte figura maschile tocchi a Bond, a Oss117 o addirittura a Lemmy Caution, 007 è rimasto il modello, ha stabilito canoni e imprint da seguire o da capovolgere come toccò all’Agente senza nome di Deighton diventato Harry Palmer sugli schermi con il volto gigione di Michael Caine e prodotto dallo stesso Saltzman, forse con il proposito di trovare in un protagonista palesemente anti-Bond e pantofolaio un sistema per sfruttare la formula fortunata ispirata a Fleming.
Come autore di romanzi di spionaggio ho esordito con una serie scritta negli anni ’70 e rimasta in gran parte non pubblicata. Fang Sing Ling, il protagonista di La tigre nel mirino ( uscito con lo pseudonimo Frederick Kaman sulla rivista Top secret della Garden), era un abbinamento dei due eroi che, all’epoca, accendevano la mia fantasia con maggior entusiasmo. James Bond e Bruce Lee. Era una sorta di agente segreto cinese al servizio del SIS con un capo stranamente simile a M, gadget e avversari tipicamente bondiani e un tono generale molto simile a quello dello 007 cinematografico. Il personaggio, invecchiato e maturato, ha trovato poi spazio come personaggio secondario in alcuni episodi del Professionista, la mia serie di maggior successo. Nato quasi per sfida con l’allora responsabile di Segretissimo, Franco Amoroso, nel 1994, Chance Renard, il Professionista è un po’ la summa dei miei interessi nel campo dello spionaggio letterario e cinematografico. Ex legionario, agente indipendente, più volte al servizio dei Russi, è profondamente calato nella realtà di questi anni.