Il nostro sarto a Panama

Di Andrew Cherry
Questa è una storia che riunisce i tre autori che considero, ognuno decisamente a suo modo, i più grandi scrittori che si
siano mai dedicati alla letteratura di spionaggio: Graham Greene, Ian Fleming e John Le Carré. Con la partecipazione
straordinaria di uno scrittore spagnolo contemporaneo che va sotto il nome di Miguel Barroso, di un attore recentemente
scomparso che si chiamava Alec Guinness e di un regista di nome Carol Reed…
Tutto cominciò durante la seconda guerra mondiale.
Un sedicente conte spagnolo si piazzò in una località strategica del Nordafrica, promettendo ai servizi segreti
britannici di fornire informazioni dettagliate su ogni movimento della flotta nazista. Naturalmente per fornire
informazioni doveva anche pagare i propri informatori, ragione per cui si garantì un rifornimento finanziario costante da
parte dei servizi segreti di Sua Maestà.
Fin qui tutto bene.
Fino al momento in cui si scoprì che le dettagliate informazioni fornite dal sedicente nobiluomo erano
inventate di sana pianta e che le sterline servivano non già a comprare rapporti riservati, ma piuttosto ad acquistare le
prestazioni sessuali di disponibili giovanotti di Tangeri e dintorni.
In quel periodo lavorava nei servizi segreti un certo Graham Greene, scrittore nato nel 1904, che si stava già
facendo una certa fama fin dagli anni Trenta. Greene era uno dei più grandi autori che abbiano coltivato il genere
mystery nonostante i pregiudizi della critica letteraria: andatevi a ripassare certi suoi libri come Una pistola in vendita o
Il tranquillo americano, via via fino a Il Fattore Umano e capirete a che cosa mi riferisco. Se come agente segreto
Greene ogni tanto aveva bisogno di aiuto (in qualche occasione furono, paradossalmente, Ian Fleming e il
doppiogiochista Kim Philby a dargli una mano), come scrittore era sicuramente straordinario. E Greene non poteva
certo lasciarsi sfuggire uno spunto narrativo come quello.
E fu così che nacque quello straordinario romanzo pubblicato nel 1958 sotto il titolo Il nostro agente
all’Avana. Vi si racconta di come un rappresentante di aspirapolvere di nome James Wormold, cittadino inglese
residente a L’Avana, si ritrovi costretto a improvvisarsi agente segreto di Sua Maestà e, non sapendo assolutamente da
dove cominciare, decida di improvvisare, inventandosi di sana pianta le informazioni che dovrebbe vendere ai servizi.
Peccato che a prenderlo sul serio non siano solamente i britannici, ma anche alcuni loschi personaggi del regime del
dittatore Fulgencio Batista… Il nostro eroe/antieroe riuscirà a cavarsela e, anche se alla fine il suo gioco sarà scoperto
dai vertici di Londra, al servizio segreto non resterà che coprire le proprie sviste dando una medaglia all’intrepido
ciarlatano.
Una trama che non poteva, a sua volta, sfuggire al cinema. E a portarla al cinema fu, ovviamente, il regista
Carol Reed, che nel 1949 aveva trasposto sullo schermo l’immortale capolavoro Il terzo uomo, con Orson Welles, Alida
Valli, Joseph Cotten, Trevor Howard e Bernard Lee (il futuro M di James Bond), tratto da un romanzo breve di Graham
Greene. Nel 1960 Reed affidò alla distribuzione il film Il nostro agente all’Avana. Il momento era al tempo stesso il più
adatto e il più sbagliato: la rivoluzione di Fidel Castro e Che Guevara aveva appena spazzato via il regime fascista di
Fulgencio Batista e la colonia mafiosa creata da Meyer Lansky e Lucky Luciano (ricordate Il Padrino Parte II?)
cambiando improvvisamente le carte in tavola. La pellicola uscì con una premessa: era ambientata, si specifica durante i
titoli di testa, prima delle recente rivoluzione. Una partecipazione straordinaria di rilievo: nel ruolo del reclutatore dei
servizi segreti c’è nientemeno che il celebre commediografo Noel Coward, amico di Ian Fleming e suo vicino di casa a
Goldeneye, in Giamaica!
La collaborazione cinematografica di Greene e Reed, insieme ad Alec Guinness (già protagonista del Nostro
agente e futuro interprete di George Smiley nella versione televisiva de La talpa e Tutti gli uomini di Smiley di le Carré)
sarebbe proseguita con I commedianti, ambientati durante il regime di Papà Doc Duvalier ad Haiti, in uno scenario ricco
di riti voodoo, ben boti ai lettori di Vivi e lascia morire.
Facciamo un salto in avanti fino al 1996, quando lo scrittore David Cornwell (nessuna parentela con Patricia
Cornwell) in arte John le Carré, sotto molti aspetti erede della tradizione spionistico-letteraria di Graham Greene,
pubblica il romanzo Il sarto di Panama. Nel decennio precedente Panama è stato un fronte politico caldissimo, tanto da
essere teatro di un intervento militare americano per detronizzare il generale Noriega, che in realtà era un burattino poco
obbediente degli USA. Nel romanzo di Le Carré, un diabolico agente dei servizi segreti di nome Andrew Osnard cerca
di pilotare le informazioni di un sarto d’élite di Panama City, Harry Pendel, costringendolo a improvvisare le notizie
che non riesce a procurarsi altrimenti. Crudele, pungente e satirico, il romanzo di Le Carré non lascia indifferenti le
major statunitensi. Ed ecco che viene prodotto il film omonimo, con Pierce Brosnan nel ruolo di Osnard, Geoffrey Rush
nel ruolo di Pendel e Jamie Lee Curtis nel ruolo della moglie di questi. Se Brosnan è leggermente più bello rispetto al
personaggio descritto da Le Carré, tutti gli altri interpreti aderiscono perfettamente alle descrizioni dello scrittore e il
risultato è il bellissimo e provocatorio film di John Boorman, con una magnifica colonna sonora, che è uscito la scorsa
estate.
Ma a proposito di
Greene e dell’Avana, non va
trascurato l’appassionante
romanzo dello scrittore Miguel
Barroso L’uomo con le formiche
in bocca (edito in Italia da
Sonzogno, NDR), che in uno
scenario gangsteristico alla
James Ellroy, mette in scena una
storia marcatamente greeniana,
con un eroe disilluso nella Cuba
degli ultimi giorni di Batista in
cui riecheggiano le atmosfere de
Il terzo uomo, de I commedianti
e, naturalmente, de Il nostro
agente all’Avana.
Con Il sarto di Panama , sedicesimo romanzo in carriera per
John Le Carré, classe 1931, lo scrittore britannico si conferma uno dei migliori autori di spy
stories su piazza, sicuramente ai livelli de La spia che venne dal freddo (del 1963) e La
tamburina (1983), ovvero i suoi romanzi più riusciti (e maggiormente noti). La storia insegna
che, in base al trattato firmato dal presidente Carter nel 1974, a mezzogiorno del 31 dicembre
1999 il Canale di Panama tornerà sotto la sovranità panamense: una realtà di fatto che apre lo
stato centroamericano alle più ardite ipotesi di speculazione economica. Protagonista del
romanzo è il sarto Harry Pendel, titolare della Pendel & Braithwaite (o, per brevità, P&B),
un'antica ditta di alta sartoria trasferita a Panama dalla vecchia sede londinese di Savile Row, o
almeno questa è la verità accreditata in merito. Nel raffinato atelier di Pendel passano un po'
tutti: generali, ministri, finanzieri, narcotrafficanti, ed anche spie. E proprio un agente segreto
britannico, Andrew Osnard, entra nel negozio per legare a sé il protagonista con un sottile
ricatto che, a lungo andare, avrà conseguenze catastrofiche, ovviamente grazie alla
conoscenza del classico segreto nel cassetto ignoto a tutti e per evitare la cui diffusione il sarto
sarebbe disposto a tutto; Le Carré ci mette sull'avviso in apertura: "Dopo che Osnard fu uscito,
Pendel era un'altra persona. Tempo trascorso: settantasette minuti, secondo la pendola di
mogano di Samuel Collier di Eccles, una delle molte attrattive storiche della ditta Pendel &
Braithwaite Co.". Prende così avvio una partita a scacchi dove si fronteggiano una spia
intrigantemente amorale ed un sedicente sarto di lungo corso (ma che ha appreso l'arte in
galera): le pedine in gioco sono le invenzioni del sarto, che seducono i vertici londinesi con la
compiacenza del tramite informativo di cui sopra, e che innescano un perverso meccanismo
politico. Con gran mestiere - basti ricordare la sua lunga militanza nel Foreign Service inglese -
John Le Carré orchestra una narrazione ricca di colpi di scena, ravvivata da tanta ironia, e dove
la suspense regna sovrana dalla prima pagina
fino all'ultima. Il sarto di Panama è un thriller
che non deluderà gli appassionati del genere
ed intrigherà i neofiti per l'accurata 'taratura'
psicologica dei personaggi e la profonda
analisi degli automatismi politici su scala
internazionale: in palio una splendida piccola
nazione dotata di un'invidiabile posizione
strategica, intorno un milieu di corruzione ai
più alti gradi, una spia astuta ed un sarto
abituato, per deformazione professionale, a
rivestire le persone con gli abiti più adatti,
sminuendole o ingigantendole ad arte in modo
che lui, Harry Pendel, possa comunque restare
a galla come un tappo di sughero. Un
romanzo tremendamente lucido, talvolta drammatico, a tratti parodico, come conferma il
ringraziamento finale di Le Carré ad un altro grande della spy story, Graham Greene, nel
dettaglio a Il nostro agente all'Avana.

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