Il “balocco natalizio” di Roger Moore
Quando il testimone passa nelle mani di Roger Moore, la stampa italiana, forte del fatto che «il mito dell'agente segreto […] si è sgretolato nel giro di pochi anni», non risparmia un duro attacco nei confronti dell'attore chiamato a resuscitare 007: l'ex protagonista della popolare serie televisiva Il Santo viene giudicato «di scarsissimo spicco» e «piuttosto moscio», un «broccone qualunque», uno «sprovveduto», e altrettanto ostili sono i verdetti sul tentativo di rispolverare il vecchio prestigio delle pellicole ondiane: premurandosi di confermare la «parabola discendente» della saga, si punta il dito sulla «stanchezza della formula», una formula che altro non è se non «noia rifritta» e una cui prosecuzione sarebbe «inelegante e inopportuna». Per farla breve, insomma, le recensioni che
appaiono sui giornali (qualunque sia la loro simpatia politica) assomigliano a mesti necrologi di un mito «ormai tramontato», e ora il ritornello cantato a squarciagola dai critici è che James Bond sta ormai mostrando la corda poiché irreparabilmente caduto nella routine. I cattivi presagi di un'imminente morte della serie prodotta da Albert Broccoli, tuttavia, non trovano conferma. Al contrario, nonostante la ragguardevole concorrenza di Indiana Jones alla ricerca dell'arca perduta e di Guerre stellari, negli anni coperti da Moore il pubblico risponde in modo più che soddisfacente («Con una media di quasi dodicimila spettatori al giorno, anche in Italia Moonraker s'avvia a stabilire un primato di cassetta», avvisa Il Giornale), a tal punto che proprio i film con protagonista la creatura di Ian Fleming concorrono a tamponare, almeno in parte, la generale emorragia di pubblico di metà anni Ottanta: la serie, secondo la Gazzetta del Mezzogiorno, «vive e prospera abbondantemente sul botteghino e […] perciò può essere benissimo presa come pietra di paragone e punto di riferimento nelle piagnucolose querelles con cui un giorno sì e l'altro pure ci affliggono certe cassandre della crisi del cinema». Un'idea, quella di fare affidamento agli incassi derivanti dalle proiezioni bondiane, peraltro non completamente nuova: già nell'autunno 1983, per esempio, il cinema Manzoni di Bologna aveva inaugurato la nuova gestione proprio con Octopussy, dopo essersi rinnovato nel comfort e nelle tecnologie (tutte d'avanguardia con Dolby Stereo). «Un modo intelligente», commentava Il resto del Carlino dandone notizia, «per scongiurare la crisi del cinema.» La stima degli esperti nei confronti di Bond risulta poi inversa-mente proporzionale al tenore di sesso e di violenza proposto: meno ce ne sono, meglio è, anche se dopo il 1968 si assiste senz'ombra di dubbio a una decadenza delle pretese di censura. Il Bond messo in scena dal biondo attore londinese si annuncia in ogni caso come un «pupazzo dichiarato», un «balocco strepitante», e se nel 1979 l'Avvenire lo rimprovera ancora per ragioni morali («007 conquista un altro primato di cattivo gusto: essere il primo uomo a far l'amore nello spazio»), qualche anno più tardi anche il Centro cattolico cinematografico lo valuta «accettabile» e semplice», così come L'Osservatore romano, l'organo ufficiale della Chiesa di Roma, che ritiene il prodotto «ben confezionato, e privo di volgarità o di scene discutibili», mentre pure la sinistra percepisce che lo spettacolo non vuole assolutamente essere preso sul serio. Una buona parte dei giornalisti, pertanto, si vede costretta a fare un passo in dietro.