Il “balocco natalizio” di Roger Moore
A immagine di Callisto Cosulic, che sul Paese Sera crive: «Se pensiamo agli epiteti che nei primi tempi venivano riversati su Bond dalla critica, dagli stessi produttori e registi dei vari film («Il male contro il male», «un fascita che avrebbe fatto meraviglia con le SS», «prodotto di un nuovo dannunzianesimo deteriore», «eroe degli arroganti depressi», eccetera), è giusto oggi sorriderne». Globalmente, perciò, la calcata tendenza umoristica di Moore si evidenza come priva di controindicazioni ed evita il rischio d'incontrare avversari. La Stampa ne parla in questi termini: «007 è un carissimo intrattenitore, una macchina da cinema che consigliamo a chiunque voglia divertirsi per due ore, abbandonandosi al piacere dell'azione gratuita, dell'intrigo universale, dei trucchi effervescenti». Ma è soprattutto il pubblico fanciullo ad accoglierlo con giubilo. Un motivo in più per riesumare l'antico interrogativo sul perché James Bond piace ancora tanto da potersi fregiare, negli anni Ottanta, d'incassi talmente elevati «da far impallidire i “record” segnati nell'epoca d'oro di Bond». Per rispondere, secondo La Nazione «occorre tener presente il ricambio generazionale, per cui nuove orde di spettatori freschi si sostituiscono a vecchi pubblici annoiati. E poi non ha scritto Milan Kundera nel suo recente L'insostenibile leggerezza dell'essere che l'uomo può conoscere la felicità solo attraverso la ripetizione? E allora si vede che i fan di 007, serviti a oltranza dalla ripetizione, si sentono vicinissimi a quella felicità di cui parla Kundera». «La formula quindi, se di formula si tratta», ratifica Reporter, «consiste in questo, corteggiare finché è possibile il pubblico e dopo dieci anni ricominciare tutto da capo. E così via». Con il passare del tempo, però, Roger Moore inizia a stancare i recensori (ma pure tra la gente comune, qui e là, inizia a serpeggiare una certa stanchezza): nei cinema, attorno al 1985, aleggia la voglia di cambiamento, e in più occasioni il Corriere della Sera si dichiara stufato dalla fiacca ripetizione dei gesti ammuffiti della celebre spia. Un divertente e divertito paragone pubblicato sulla rivista Film rende bene l'idea di quest'atmosfera.
Secondo l'estensore, infatti, gli ultimi episodi sono «come un prosciutto - Parma o S. Daniele, scegliete voi - che cominci ad andare a male. Se ne potranno salvare delle parti, magari deliziose per il palato, ma in complesso l'impressione che il gusto e gli occhi ne trarranno sarà quella di un qualcosa che sta irrimediabilmente irrancidendo». Ma finché il «giocattolo » funziona (economicamente parlando), si difendono i produttori, non si vede perché lo si dovrebbe buttare.