IL SUB DI SUA MAESTA’

a cura di AGENTE 0022 MASSIMO BORDONI
Nel 1954 Bruno Vailati e Raimondo Bucher, al termine della Spedizione Italiana in Mar Rosso, patrocinata dal
“Gaggler” Club di Milano, presentano il film “Sesto Continente” per la regia di Folco Quilici.
Nel 1956 il comandante Cousteau presenta, e vince, al Festival di Cannes “Il mondo
del silenzio”, dietro la macchina da presa c’era un certo
Louis Malle.
Contemporaneamente, proprio a Cannes, si fonda il
“Club Alpine Sous-Marine”; è chiaro che l’idrospazio
evoca, almeno nei suoi primi esploratori, le stesse
sensazioni di avventura, scoperta emozione e comunione
con la natura analoghe a quelle provate dagli alpinisti.
Nel 1959 il produttore cinematografico Goffredo
Lombardo (della “Titanus”) pubblica il mensile Mondo
Sommerso, che diventò una delle letture preferite anche
di Gianni Agnelli.
I documentari dell’austriaco Hans Hass affascinavano i primi telespettatori.
L’attività subacquea è pionieristica, ma allo stesso tempo già adulta e matura. E’ un poco
elitaria, non tanto per la disponibilità economica necessaria, ma per il tempo richiesto dalla organizzazione e ai
trasferimenti. I primi corsi, gestiti dal comandante L. Ferraro (poi industriale del settore dell’attrezzatura subacquea) per
il Touring Club Italiano e da D. Marcante per la neonata Federazione affiliata al CONI, richiedeva la capacità di una
descrizione completa e assoluta, degna non certo di super uomini macho, ma di persone motivate e determinate ad
arrivare fino…in fondo, rinunciando per scelta a tanti altri impegni e interessi.
Uno sviluppo così veloce e quasi improvviso trova giustificazione, proprio pochi anni dopo la fine della II seconda
guerra mondiale, nel fatto che i nuovi respiratori autonomi, sia a circuito chiuso di derivazione militare, sia a circuito
aperto, firmati dal comandante Cousteau e dall’ingegner Gagnan per la francese “La Spiratecnique”, svincolando
l’uomo subacqueo dallo scafandro del palombaro e dai legami con la superficie tipici di questo. L’immersione diventa
autonoma, grazie a quello che gli americani chiameranno SCUBA ( Self Container Undermatics Breathing Apparats).
Nel 1953 la Glidrose pubblica il romanzo “Casinò Royale”. Posso immaginare quanto il contesto storico, descritto
brevemente qui sopra, possa aver suggestionato Ian Fleming, un uomo curioso, avido di conoscere e provare tutto, nel
senso quasi rinascimentale, vivendo intensamente per trovare un fine ultimo a quella sorta di “Saudade” e nostalgia
dell’ineffabile, nota caratteristica di una personalità descritta come solitaria ed introversa, fino a quasi a sembrare
talvolta scorbutica. Nella residenza rifugio giamaicana di Ocho Rios è noto che praticasse, la mattina presto appena
sveglio, quello che oggi definiamo “Snorkeling”, cioè quella esplorazione “leggera” con maschera, pinne e boccaglio,
proprio come l’ambiguo maggiore Dexter Smythe del racconto “Octopussy”, magari indossando una maschera Pirelli.
Alcune biografie di Fleming fanno conto anche a esperienze più impegnative e performanti, come immersioni con
autorespiratore autonomo accanto ad un istruttore di eccezione come il comandante Cousteau, già più volte ricordato in
questa nota.
Abbiamo quindi tutte le premesse necessarie per ritrovare il mondo subacqueo
più volte scenario, sfondo, ma talvolta quasi co-protagonista delle vicende di
James Bond.
Stranamente Fleming è preciso per quanto riguarda la preparazione di
rocciatore e di sciatore di 007 ( i genitori già alpinisti, le esperienze da giovane
studente, la scuola austriaca a S. Anton e il livello di addestramento conseguito)
ma considera quasi scontato che il sia un esperto subacqueo, per passione prima
ancora che per necessità di servizio. Certo un ufficiale della Marina Militare
non può essere a digiuno delle nozioni più elementari richieste per praticare
l’immersione subacquea, ma questa resta una giustificata e ragionevole
supposizione, ma non ho presenti riferimenti più precisi a uno specifico
addestramento presso la Royal Navy e questi mancano anche negli autori
successivi, anche se soprattutto J. Gardner tende molto a militarizzare lo 007
degli anni ’80, affiancandolo da dei SAS e addirittura ai piloti della RAF.
Fleming descrive con proprietà il mondo subacqueo; non solo è abbastanza
preciso dal punto di vista naturalistico e biologico, ma è valido il tentativo di
introdurre elementi psicologici, sottolineando le emozioni e sensazioni
particolari, anche sensuali ( nel senso letterale del termine) provate dal
subacqueo in immersione.
In “Vivi e lascia morire” è il grande “amnios” della “valle delle ombre”,
misterioso e affascinante e allo stesso tempo pericoloso, non solo per gli esseri
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anche sconosciuti che la abitano, ma anche per la tentazione di perdervisi, un po’ come accadrà molti anni dopo agli
eroi di Luc Besson, Jacques Mayol e Enzo Molinari de “Grande Blu”.
Ritroviamo pagine di taglio analogo in “Thunderball”, come l’incursione notturna sotto la chiglia del “Disco Volante”,
sicura eco di indirette esperienze belliche.
Combattimenti e battaglie subacquee sembrano invece più funzionali all’intreccio in sé. In “Si vive solo due volte” le
ragazze, _ in questa caso, dell’etnia AMA suggeriscono pagine di taglio quasi antropologico, alla Fosco Maraini a Folco
Quilici o al fratello Peter Fleming, noto scrittore di viaggi. Non mancano episodi oggi di sapore un poco datato, come lo
scontro con il “mostro” (in realtà è una innocua Manta) della “ rarità Hildebrand”. In “Dr. No”_ addirittura non è
sott’acqua, ma emerge dal mare, generata come Venere, simbolo di libertà assoluta, erede quasi del “buon selvaggio” di
Rousseau.
Sono pagine che è inutile citare, ma che invito a rileggere, meglio se nelle nuove traduzioni filologicamente corrette o
nell’edizione originale inglese, stupendamente efficace.
I brani appaiono sempre vividi e “veristi”, grazie alla puntualità delle
descrizioni, punteggiati, come nello stile di Fleming, da riferimenti
ed attrezzature e materiali; anche se molto meno frequenti che non in
altre situazioni, in modo da riuscire a trasmettere al lettore una vera e
propria “immagine plastica” del racconto.
In “Vivi e lascia morire” la traversata subacquea notturna verso
l’isola di mr. Big è preparata non solo dall’intenso allenamento fisico
al quale Bond è sottoposto da Quarrel, ma anche dalla meticolosa
scelta dell’equipaggiamento, in cui spicca un
“arbalete” (fucile subacqueo ad elastici, simile ad una micidiale fionda) di marca Champion, possibile riferimento alla
cavalerò Champion, azienda fondata nel sud della Francia dall’omonimo campione di pesca, e poi confluita nella più
importante Beuchat di Marsiglia del pioniere dell’immersione Georges Beuchat. Per quanto riguarda gli epigoni letterali
di Fleming non mi soffermo su Gardner , che proprio perché ha presentato buoni
spunti dimostra di aver sprecato soprattutto tante occasioni non sviluppandoli
poi in modo adeguato. Mi piace ricordare soltanto l’efficace ambientazione a
Kex largo in “Nessuno vive per sempre”, presso il “diving” bazar dei predatori
dei tesori sommersi. Bond acquista un’attrezzatura sub di base ( maschera,
pinne, muta, torcia e coltello), di marca non specificata, da un improbabile lupo
di mare, barbuto e abbronzato e con un orecchino d’oro di dubbio gusto. È
evidente che, forse in modo inconsapevole, Gardner è capace di cogliere
l’evoluzione–involuzione delle attività subacquee degli anni 80. Giustamente
più persone accedono a queste, migliorano la logistica, l’organizzazione
generale e la sicurezza, ma molti affrontano l’immersione in modo occasionale,
riducendola a semplice evento sportivo da praticare quando capita in località
esotiche “all-inclusive”, perdendo lo spirito originale, che richiedeva, in
analogia con l’alpinismo, un minimo di preparazione mentale e, perché no,
anche culturale.
Anche Benson, dopo le prime prove più che dignitose, si è perso per strada, e
penso ne abbia pagato le conseguenze, ma il prologo di “ Tempo di uccidere” è
un efficace “remake” della caccia subacquea, già citata, del racconto “La rarità
Hildebrand”, in perfetta e coerente linea psicologica e continuativa con
l’originale.
Nella speranza che la Glidrose - Ian Fleming non ci faccia attendere troppo per
un nuovo autore, è d’obbligo un breve commento alla subacquea nei film. È
ovvio che la capacità tecnica dei registi, montatori e operatori subacquei. Tra i
quali non mancano documentaristi di pregio come Al Giddins (“Solo per i tuoi
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occhi”) e Ramon Bravo (“Vendetta privata”) ci offrono immagini di impeccabile impatto spettacolare.
Nel prologo di “Goldfinger” la tensione dell’incursione subacquea nel deposito dei narcotrafficanti è stemperata
dall’ironia del mimetismo dell’equipaggiamento e dalla proverbiale
e scanzonata giacca dello smoking (vera e propria maschera di
James Bond da allora in poi) indossata sotto una muta stagna ancora
più impeccabile. La sequenza della smoking sotto la muta veniva
copiata successivamente almeno due volte, in “True lies” con
Swarzenegger e poi in “Entrapment” ancora con Connery come
protagonista.
L’attrezzatura vera e propria da immersione è solo intravista dallo
spettatore, ma si può apprezzare la verosimiglianza di un
apparecchio a circuito chiuso, idoneo all’attività di immersione
militare, in quanto i gas della ventilazione polmonare non vengono
espirati all’esterno, quindi emettono bolle nell’acqua, ma riciclati in
un “sacco-polmone”, purificati dalla calce sodata e analoghe
sostanze chimiche in modo da poter essere nuovamente respirati dal
soggetto, senza emettere numerose e visibili bolle verso la
superficie.
Fortunatamente in “Thunderball” l’operatore Lamar Boren riesce a
conservare e a trasmettere al pubblico degli anni ’60 il fascino
indefinibile e stregato dal mondo sottomarino. Mi riferisco alle
sequenze dell’arrivo di Bond alle Bahamas. La macchina da presa scorre lenta e ribassata sul fondale e “dimentica” il
contesto narrativo del film. Viceversa l’ambientazione subacquea esalta la drammaticità dell’omicidio brutale e gratuito
del pilota Petacchi da parte di largo . Il mare poi è la culla che avvolge e protegge gli amanti Bond e Dominique, che si
erano dati appuntamento alcuni metri sotto il mare. La battaglia finale è resa in modo dinamico, migliorando
(l’eccezione che conferma la regola) il finale rispetto al romanzo, dove la storia, nelle ultime pagine, si sviluppa in
modo un poco farraginoso e meno realistico del solito. La produzione non aveva lesinato sui mezzi, ripropone veicoli
subacquei eredi dei maiali e delle torpedo degli incursori della II guerra mondiale. Tra le attrezzature subacquee
individuali spiccano marchi noti, come la Voit
(azienda americana di gomma e Sport, nota
anche per i palloni da basket), la Mares (che
anni dopo assorbì proprio la Voit) e la
Technisub, branca italiana del colosso
internazionale Aqualang. Queste ditte non
furono “sponsor” ufficiali del film, ma ancora
alcuni anni dopo il ’65 non era raro vedere,
soprattutto in riviste specializzate americane,
l’inserzioni pubblicitarie che richiamavano alla
partecipazione alla produzione di “
Thunderball” da parte di queste aziende.
Molti altri film sono ricchi di sequenze
subacquee, ma sono funzionali alla storia come il funerale di “Si vive solo 2 volte”, il sopralluogo del relitto della
“Devonshire” (“Il domani non muore mai”) o di certe pompe idrauliche in California (“Bersaglio mobile”) o palestra
atipica, ma in realtà un po’ fine a se stessa, di combattimenti e inseguimenti secondo il tradizionale repertorio delle
scene di azione (“Vendetta privata”).
Anche in “Mai dire mai”, ottimo e personalmente uno dei miei preferiti (mi perdoni la EON), vi sono immagini
subacquee di grande risalto, abbastanza precise, ma con qualche licenza, da un punto di vista della tecnica di
immersione (la risalita in acque libere respirando dalla “frusta” del primo stadio dell’erogatore, dove cioè arriva aria ad
alta pressione. Le due pellicole citate presentano un comune
denominatore casuale: le attrezzature sono DACOR, un’altra
ditta storica statunitense anch’essa assorbita dalla MARES
(fondata in Liguria dal palombaro triestino Lodovico Mares). Le
ambientazioni sottomarine de “ La spia che mi amava” sono fin
troppo caratterizzate dalla nota LOTUS Anfibia e l’aspetto un
po’ fantascientifico e surreale che ha il film in certi momenti
viene sottolineato dal “design “ avveniristico dei veicoli
subacquei che fanno la guardia al quartiere generale di
Stromberg.
È curioso sapere che un veicolo anfibio, quasi di serie, ma non
anche subacqueo, esista oggi veramente. Si tratta della elegante
auto AQUADA, prodotta nel 2003 dalla inglese (guarda caso)
Gibbs Technologies. Un articolo esauriente al proposito è stato
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pubblicato dalla rivista “ Arte Navale” nel n. 20 – Agosto-Settembre 2003. “Solo per i tuoi occhi” rappresenta un caso
particolare. Infatti la città di Cortina si avvalse del film come testimonianza per la candidatura alle successive Olimpiadi
Invernali, purtroppo senza successo. Infatti “Solo per i tuoi occhi” è ricco di sequenze che hanno per teatro la città delle
Dolomiti, ma è anche uno dei più interessanti per un appassionato di immersioni.
La scenografie che rappresentano il sito archeologico sono non solo accurate nella ricostruzione architettonica ma anche
eleganti come si cammina in un antico tempio dorico ( o attico ?). I protagonisti e gli altri subacquei del team si
muovono sott’acqua con particolare disinvoltura e con la leggerezza richiesta a un archeologo subacqueo. Sono
equipaggiati dalla qualità e affidabilità del materiale SCUBAPRO (azienda californiana, con sedi in tutto il mondo,
fondata negli anni ’60 dall’italo americano Gustav Dalla Valle, già collaboratore di Egidio Cressi di Cressi-sub). Ma il
film si distingue dagli altri perché presenta uno scorcio del mondo dell’immersione professionale in alto fondale. Come
è noto la missione consiste nel temperare il dispositivo ATAC dal relitto della nave – spia inglese St. Georges, che giace
a una profondità troppo impegnativa per le usuali attrezzature d’immersione autonoma (584 piedi, cioè 178 mt.). per
questo il “briefing” pre-immersione di Bond e Melina è particolarmente preciso. 007 deve decidere, anzi calcolare, la
miscela necessaria per un immersione profonda, oltre i limiti concessi dalla camera d’aria, abitualmente compressa
all’interno delle bombole.
Ricordiamo che l’aria atmosferica è una miscela composta da due gas:azoto 78% + ossigeno 21 % ( 1% trascurabile di
altri gas) l’aria compressa ha un limite fisiologico di 70 metri e, per i professionisti, operativo di 50 metri
sostanzialmente per 3 ragioni.
- l’azoto sotto pressione ha un effetto narcotico
- l’ossigeno sotto pressione ha un effetto tossico per il sistema nervoso centrale (convulsioni)
- l’azoto è un gas “pesante”, la cui densità aumenta sotto pressione, imponendo all’apparato respiratorio un
lavoro muscolare non più compatibile con la normale funzione respiratoria (affanno).
Per questi motivi Bond e Melina predispongono una miscela artificiale del tipo di quella utilizzata dagli operatori
subacquei professionisti di alto fondale. Eliminando l’azoto, che non ha funzioni metaboliche, ma solo di trasporto, a
favore dell’elio (si proprio quello dei palloncini !) molto più “leggero”, tanto da non impegnare la muscolatura
respiratoria anche ad alta profondità. Inoltre riduce la percentuale d’ossigeno, diminuendone la tossicità, una miscela
ipossica è comunque compatibile con la vita umana, perché in profondità sarà la pressione stessa a veicolare il prezioso
gas vitale agli organi e ai tessuti dell’organismo.

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