10 anni da professionista

Di: Stephen Gunn

10anni7Ovviamente in questi dieci anni Chance è cambiato e lo sono anch’io e, rispetto ad altre serie, è questa continua mutazione, a volte lenta, ma sempre in divenire, che ha reso il Professionista più credibile malgrado il fatto che viva avventure al limite dell’improbabile. Lo diceva Fleming che 007 era protagonista di storie “al limite del probabile ma non impossibili” e non vedo perché non possa “rubare” quest’idea. Tantopiù che di furti… be’ diciamo citazioni e omaggi, il Professionista ne ha perpetrati parecchi nel corso degli anni. Questa è un’osservazione intelligente su cui meditare. L’origine. Ho sempre amato i racconti d’avventura da quando leggevo Salgari in età pre-adolescenziale a quando sono passato a Segretissimo, molto precocemente. Ma insieme a questo leggevo tantissimo, romanzi, racconti, fumetti e ho sempre visto tantissimo cinema. Per James10anni8 Bond e il suo mondo, letterario e cinematografico, molto diversi in realtà, ho coltivato per tantissimi anni un vero culto. È innegabile che il Professionista ne abbia risentito, così come ha avuto influenze da De Villiers e da tutti gli altri autori di spionaggio della mia formazione, dal cinema dai fumetti, dai viaggi, dalle mie esperienze. Ecco, devo dire che la mia narrativa è sempre stato un modo di rileggere tutto ciò che mi piaceva in una versione personale e, in un certo verso originale. Più che nei romanzi “importanti” il serial era l’occasione di suggere dall’Immaginario e riversare in un unico pentolone esperienze differenti. Tanto che è difficile, ad anni di distanza, anche per me dire: Ecco quello lì ho preso là, quell’altro di lì, quella invece è farina del mio sacco. Se mai qualche critico si fosse soffermato sui miei libri avrebbe potuto notare che sono sempre storie di genere sul genere. Certe operazioni però se le fa Tarantino o Dylan Dog vengono riconosciute, in altre occasioni sfuggono… Be’, comunque il Professionista nasceva da una pletora di stimoli, di avventure lette e sognate con il desiderio di rivederle, di cambiarle, di vederci mescolati personaggi e situazioni che 10anni9magari venivano da tutt’altra parte. Ho sempre considerato la spy-story un filone in evoluzione, l’esempio più tipico è di questi ultimi anni. Per tantissimo tempo ho costruito le storie di Chance come una specie di remake delle mie letture preferite (includo nella definizione anche la visione di film) che fino al 2001 hanno trovato una linea guida nelle avventure di 007 alle quali si aggiungeva un po’ (poco) di Le Carré e parecchio di De Villiers (sì, vabbè, poi ci sarebbe da citare Lo Sconosciuto di Magnus, gli eroi di John Woo però non la finiremmo più), poi è successa una cosa incredibile. Nell’estate del 2001 dovevo produrre in breve tempo un episodio da pubblicare a Natale. Avevo appena finito il primo Vlad, episodio pilota di una nuova serie, un impegno dove avevo cercato di raccontare storie di spionaggio da una prospettiva differente. Ero stanco ma allo stesso tempo avevo alcune buone idee. C’era una componente che derivava dai film di Hong Kong, in particolare da quelli di Johnnie To che ancora mi influenzavano moltissimo, e poi avevo cominciato a lavorare a una storia di terrorismo ispirata alla distruzione dei grandi Buddha in Afghanistan.

 

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