Le Auto di James Bond: Chapter Seven – Thoughts in a DB III
Di: Pier Luigi de biasi
Ho spesso avuto modo di dire che la Aston Martin non é l’auto di Bond, ma solo un’auto usata da J. Bond; in effetti si tratta solo di un’auto di servizio. A chi l’azienda passa la Tempra, a chi la Aston e, infatti, la riprova della singolarità sta nel fatto che il tutto accade negli anni Cinquanta e ancora se ne parla. Aveva ragione Anthony Burgess (per i più giovani, l’autore di Clockwork Orange, libro alla base dell’omonimo film di Stanley Kubrick) quando scriveva che “ J. Bond has the stuff of immortality in him”. Nei romanzi di Fleming la Aston Martin appare solo una volta, in Goldfinger: evidentemente dobbiamo che missione
ASTON MARTIN MK III
terminata 007 la abbia restituita a Q, personaggio molto meno tratteggiato e importante nella serie letteraria originale rispetto al ruolo che assume nei film, forse aiutato in questa ascesa dalle qualità dall’attore che lo interpreta. Perché per
una, e una sola, volta 007 abbia rinunciato alla sua Bentley è motivo aperto all’indagine degli studiosi. Possiamo ipotizzare almeno due motivi: in primo luogo far andare su e giù per le Alpi una vintage Bentley può divenire una bella fatica. In secondo luogo una Bentley d’epoca, anche nel 1959, era pur sempre un oggetto esotico, che si notava facilmente e per di più rumorosissimo; non che la Aston fosse una componente comune del paesaggio, ma almeno era silenziosa e relativamente simile alle altre auto sportive dell’epoca. Oggi ci occupiamo dell’Aston Martin che appare nel libro Goldfinger, diversa da quella del film e pago subito un debito contratto nel n. 004 di Quarterdeck. L’edizione italiana (Garzanti, 1965, trad. di S. L. Verdelli) dice: “Aveva preferito prendere una D. B. I.I.I. invece di una Aston Martin o di una Jaguar 3-4”. L’allor giovane lettore credeva ci fossero tre possibili scelte, una delle quali era una marca ignota, sostituita dall’Aston nella finzione cinematografica per qualche cavolo di motivo. In età più matura la folgorante scoperta del testo inglese: “Bond had been offered the Aston Martin or a Jaguar 3-4. He had taken the DB III”. Quindi le auto erano due e tutto si semplificava. Si segnala che l’autore (italiano) di un libro pregevole e relativamente recente svolge la prima parte della stessa osservazione sulla identità tra la Aston e la DB III, e vuole dimostrare che Fleming fosse un incompetente: in effetti dimostra scarsa attenzione filologica: si lavora sui testi originali, non sulle traduzioni!
ASTON MARTIN DB3S
Sommariamente accennavo la volta scorsa alla numerazione delle Aston. Tecnicamente è esistita una DB 3 (non III), normalmente raffigurata nella versione aperta (l’esemplare targato 62 EMU arrivò due volte secondo a Le Mans: nel 1955 con Peter Collins e Paul Frère e nel 1958 con i fratelli Peter e Graham Whitehead), ma ne esisteva una versione coupé, prodotta in tre esemplari. Il vostro umile cronista ricorda di averne inseguita una nel maggio del 1988 da qualche parte tra il Lazio e l’amata Toscana, guidando un’auto di servizio della Mille Miglia, mentre Gilles Lavent scattava foto per il consueto libro commemorativo. La sera dell’arrivo a Brescia, all’Albergo Vittoria (il nome pare appropriato) cenai con il proprietario, che avevo conosciuto un paio di anni avanti al compleanno delle GTO, nel leggendario chateau con autodromo e museo (auto, Ferrari in particolare) di Pierre Bardinon, quando guidava l’unica Breadvan mai costruita, ma questa è un’altra storia. Per la cronaca il collezionista era texano, ramo petrolio.
ASTON MARTIN DB5 STATION WAGON SHOOTING BRAKE Il suo ben 6 cilindri in linea era alimentato da due carburatori SU, (niente a che vedere con i Dell’Orto, vero Presidente?) 007 SPONSORIZZA LA JAGUAR DI FORMULA UNO Chissà se gli specchietti retrovisori contengono qualche congegno speciale della sezione Q oppure si limitano a riportare il sacro “GUN LOGO” Speriamo che la FIA se ne accerti
Escluso che il Servizio Segreto di Sua Maestà avesse nel parco macchine un’auto da corsa, che oltre ad obiettivi problemi di gestione forse avrebbe dato nell’occhio dei passati e del soggetto pedinato, dobbiamo supporre che Fleming, che era “learned” nelle parole di Anthony Burgess, si riferisse ad una vettura esistente. In realtà esiste qualcosa del genere, la DB 2/4, MK III. Disegnata da Frank Feeley, che non metterà più mano alle auto di serie a partire dalla DB4, opera della Carrozzeria Touring di Milano (erano proprio dietro l’Admiral), fu definita da un (ingeneroso) giornalista dell’epoca come “la più veloce giardinetta del mondo”. Ciò che il giornalista non poteva supporre è che davvero la Aston Martin produsse giardinette. David Brown, il padrone, amava andare a caccia e lo avrebbe fatto volentieri con una sua auto. Allora si fece modificare una DB5, a giardinetta, per avere il piano d’appoggio dei fucili e, immagino, lo spazio per trasportare i cani. L’idea ebbe un relativo successo, tanto che furono costruite 18 di queste shooting brake, idea ripresa in qualche esemplare alla fine degli anni Novanta.
che per sistema non vanno quando si cambia di altitudine: nessun problema in Inghilterra, dove non si trovano salite neanche pagando, ma vorrei sapere come cacchio ha fatto Bond sulle Alpi svizzere seguendo Goldfinger. O forse c’è riuscito perché tanto anche quell’altro guidava una macchina inglese. I 2922 cc del motore davano 164 cavalli e spingevano la vettura a 192 Km/h, ma dalla serie successiva si vedrà l’incremento tanto nella cilindrata quanto nella potenza, nella eterna gara per la supremazia tra le gran turismo. L’auto di 007 era di un colore sobrio – battleship grey, come la sua Bentley (cfr. Quarterdeck n. 0, per chi lo ha), ma il colore si “perde” nella traduzione italiana – e dispone di “certi extra” che avrebbero potuto tornare utili: un sistema per cambiare tipo e colore delle luci, paraurti rinforzati, una Colt 45 a canna lunga nascosta in un comparto sotto il sedile del pilota, il sistema radio ricevente Homer e un sacco di spazio che sarebbe sfuggito ai doganieri. Rispetto alla vettura dei film (prima o poi ci arriviamo, giuro!) la faccenda è molto meno tecnologica, ma vi prego di ricordare che Goldfinger fu pubblicato nel 1959: già l’idea dello Homer era sconvolgente, pura fantascienza ancorché plausibile. Non meno fantascientifico è il modo in cui Bond la guida: per fare i 43 Km dal bivio di Le Torquet ad Abbeville impiega un quarto d’ora, cioè tiene i 172 Km/h di media. D’altra parte, come gli dice Tilly Soames/Masterton davanti all’Hotel de Bergues, nel salutarlo, “You drive beautifully”. NOTA: il titolo è quello del capitolo di Golfinger dove appare l’auto.