007, L’ASSASSINO ELEGANTE

di Andrea Carlo Cappi

Forse il pubblico se n’è dimenticato, ma uno degli eroi più amati del pianeta fa un mestiere davvero ingrato. James Bond è un killer professionista, attività che segretamente detesta. E oltretutto non gode nemmeno delle ricche tariffe di Scaramanga, l’uomo dalla pistola d’oro, dal momento che 007 è un funzionario statale. Al massimo, 007 può contare sul rimborso spese del Secret Intelligence Service, che gli garantisce alberghi di lusso, vodka martini e qualche puntata al casinò. Le attrezzature assegnategli dalla Sezione Q, gli orologi, gli autoveicoli, il telefonino e persino le scarpe non sono di sua proprietà, bensì del governo, come non mancano di ricordargli il maggior Boothroyd e il suo successore. In sostanza, Bond è un impiegato del delitto di stato, che di sicuro è avvantaggiato da un buon ente mutualistico  (innumerevoli i danni psico-fisici riportati in missione) ma non è autorizzato ad andare in pensione, nemmeno dopo oltre sessant’anni di servizio: non dimentichiamo che Bond è entrato nello spionaggio a 17 anni, nel 1941, quindi è ormai prossimo agli 80… portati benissimo. Naturalmente i personaggi seriali di successo non invecchiano mai: nelle mani degli autori originali o dei loro successori letterari e/o cinematografici, anche Sherlock Holmes, Hercule Poirot, Nero Wolfe o il commissario Maigret hanno goduto di analoga longevità. Ma i quattro esempi riportati sono personaggi ben diversi da James Bond: sono investigatori privati o pubblici, che potrebbero all’occorrenza affidare con nonchalance un colpevole alle mani del boia, ma solo in rare eccezioni sarebbero disposti a provvedere direttamente alla sua eliminazione. 007, al contrario, non è solo un investigatore: è un agente segreto con licenza di uccidere, il che gli impone di diventare all’occorrenza, giudice e boia al tempo stesso. Un tipo di eroe molto diverso dunque: un eroe che uccide. Ed è proprio questo l’elemento innovativo del personaggio di James Bond 007. La maggior parte dei suoi predecessori nel campo della narrativa thriller, inclusa la più violenta letteratura hardboiled, potevano affrontare gli avversari a pugni o in uno scontro a fuoco, potevano ucciderli a sangue molto caldo, ma non avrebbero mai sparato a qualcuno a sangue freddo, con gelida professionalità. Quella era una caratteristica che apparteneva agli eroi “neri” delle gangster story alla Scarface o delle caper story alla Giungla d’asfalto, destinati (per ragioni etiche) a morire senza godere appieno dei frutti dei loro delitti. 007 è, sotto questo aspetto, un eroe che appartiene solo alla fiction. Nella realtà, un individuo che lavora per un governo, qualsiasi governo, come agente segreto autorizzato a uccidere, sarebbe quasi sicuramente un tipo pericoloso, ideologicamente sospetto (nazista, stalinista o fanatico religioso a seconda dello schieramento) e forse leggermente psicopatico (come il Red Grant di Dalla Russia con amore, praticamente un serial killer legittimato).Una vera spia inglese con licenza di uccidere si macchierebbe probabilmente la coscienza partecipando a operazioni discutibili: c’è sempre qualcuno pronto a uccidere Thomas Beckett nella cattedrale solo perché Sua Maestà ha mormorato “Chi mi libererà di quest’uomo?” In tempi più recenti, potrebbe trattarsi di uccidere sospetti appartenenti all’IRA o ex principesse fidanzate con playboy egiziani. Così come, nella realtà, i ragazzi della CIA non si sono dimostrati eroi   coraggiosi e simpatici come Felix Leiter, bensì burocrati dell’omicidio, artefici di raffazzonate ma letali strategie della   tensione. E gli agenti sovietici raramente avevano la classe e la sportività del generale Gogol, che nei film bondiani con Roger Moore fu quasi un precursore della perestrojika.

Per fortuna, il mondo di James Bond, pur assomigliando a quello reale, è un universo dove tutto è possibile, persino l’esistenza di agenti segreti buoni e pronti alla distensione, che esercitano le loro licenze di uccidere solo contro i “veri” cattivi, personaggi così nefasti da meritare la morte. Ed ecco quindi che scatta l’identificazione. Una volta accettato il fatto che l’eroe può uccidere, il lettore e lo spettatore si sentono liberi di fare il tifo per qualcuno che dispone di un autentico potere di vita o di morte sugli avversari. Nella realtà capita a tutti di dire: “Quello lì l’ammazzerei.” Nella fiction bondiana, 007 non solo può dirlo, ma anche farlo, incarnando quindi un segreto e irrealizzato desiderio del pubblico. Non dev’essere un caso che il primo film di James Bond sia uscito in Inghilterra nel 1962, lo stesso anno in cui in Italia nasceva il fumetto “nero” (derivato in parte dal feuilleton francese) il cui primo rappresentante, Diabolik, era un ladro e assassino amorale, spietato, felice e vincente. Il pubblico era pronto per identificarsi con un eroe che uccide, un assassino elegante. Così come, qualche decina d’anni più tardi, sarebbe stato pronto per identificarsi con un serial killer come Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. Bond comincia effettivamente la propria attività spionistica nelle vesti di killer professionista. Nel romanzo Casinò Royale si fa cenno alle sue prime due missioni di morte, l’eliminazione di un crittografo giapponese a New York e di un traditore in Scandinavia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma era, appunto, il periodo bellico, quando il fine di combattere il nazismo giustificava ogni mezzo. Negli anni successivi il Bond letterario lavora diversamente, utilizzando il proprio talento come giocatore per mettere in crisi Le Chiffre (Casinò Royale) o indagando come una sorta di poliziotto internazionale sui traffici di Mr. Big (Vivi e lascia morire), arrivando a utilizzare la propria licenza di uccidere quasi solo per legittima difesa.
Ci sono alcune eccezioni, naturalmente, come quando M incarica 007 di sopprimere i gangster che hanno ucciso i suoi amici, gli Havelock, nel racconto Solo per i tuoi occhi. Ma in generale 007 è disgustato dell’omicidio. Lo testimoniano le sue amare meditazioni all’aeroporto di Miami Beach, mentre sorseggia un doppio bourbon all’indomani dell’uccisione di un capungo messicano nel primo capitolo di Missione Goldfinger. Per quanto si renda conto che non c’era scelta, che si trattava della vita di un trafficante di droga o della sua, per quanto comprenda che simili pensieri sono poco “professionali”, Bond è stanco di uccidere. Tanto da rifiutarsi, a costo di mettere a repentaglio la propria carriera, di sparare al misterioso killer sovietico denominato “Grilletto” nel racconto Il lume dell’intelletto. Bisogna dire che c’è una sostanziale differenza tra lo 007 “killer” di Fleming e quello dei primi film. Il professor Dent, personaggio assente dal romanzo Il dottor No e inserito invece nella sceneggiatura di Licenza di uccidere, viene ucciso a sangue freddo, dopo che ha scaricato la sua arma su quelli che credeva essere i corpi di Bond e di Miss Taro. Certo, Dent è al tempo stesso un vigliacco e un potenziale assassino, ma dove altri si sarebbero limitati a consegnarlo alla polizia, Bond-Connery non esita a sparare. Altrettanto sintomatico è il teaser del film Missione Goldfinger, che racconta la missione centroamericana di 007 cui nel romanzo, appunto, si facevano solo alcuni cenni.

Il capungo del film viene ucciso per legittima difesa, folgorato da un ventilatore in una vasca da bagno un attimo prima che afferri la Walther PPK e la rivolga contro l’agente. Ma, a differenza del romanzo, l’atteggiamento di Bond-Connery non è certo tormentato, dal momento che il nostro eroe esce dalla stanza mormorando la battuta “Shocking, positively shocking” (che si può tradurre come “Elettrizzante, davvero elettrizzante”, ma che nella versione italiana del film diventava più sbrigativamente “Ridicolo, assolutamente ridicolo.”) La verità è che negli anni ’60, per fare effetto sul pubblico, il personaggio doveva apparire più “estremo” di quanto non fosse nel decennio precedente. La disponibilità di 007 a uccidere sarà oggetto di discussione anche all’interno della produzione cinematografica successiva. Nessuno mette in dubbio che, nello scontro finale, il cattivo debba essere eliminato. Ma vi sono alcune situazioni intermedie in cui domina l’ambiguità. In Solo per i tuoi occhi Bond-Moore spinge con un calcio da un precipizio la Mercedes su cui è intrappolato il killer di Kristatos. Non si tratta precisamente di assassinio a sangue freddo, dal momento che Bond e il suo avversario sono appena usciti da una sparatoria. Nondimeno Moore, fautore di uno 007 meno crudele, ci pensò su parecchie volte prima di girare la scena. D’altra parte, sarebbe poco credibile, in quel caso, che un uomo come 007 non fosse disposto a dare una mano (o un piede) al destino per vendicare Ferrara e Lisl.
Sotto sotto, è proprio questo ciò che il pubblico si aspetta da lui. Altrettanto motivato è lo 007 più violento degli ultimi decenni, quello interpretato da Timothy Dalton in Vendetta privata. Dopo che Sanchez ha ucciso Della Churchill e mutilato Felix Leiter, Bond non si ferma davanti a nulla pur di distruggere l’organizzazione del suo avversario. Il Bond contemporaneo di Pierce Brosnan sa… quello che vuole la gente: lo spiega lui stesso al magnate della comunicazione Carver nel finale de Il domani non muore mai, lanciandogli contro una trivella subacquea. In realtà Bond-Brosnan ricorre all’assassinio solo in casi particolari. Sempre ne Il domani non muore mai, quando il dottor Kaufman si definisce “Un professionista che fa il proprio lavoro”, 007 risponde “Anch’io” e preme il grilletto. Ma chi potrebbe biasimarlo, dato che steso sul letto c’è il cadavere di Paris e che lo stesso Bond stava per essere ucciso? Lo stesso vale per l’assassinio di Elektra ne Il mondo non basta: anche se Bond ne è attratto, dopotutto è stato appena torturato, ha appena assistito alla morte di un amico e sta cercando di evitare un’esplosione nucleare nelle acque di Istanbul. Ed è uno degli omicidi che più gli costano sul piano emotivo. Ne La morte può attendere 007 torna a essere un assassino al servizio di Sua Maestà. Mentre nel mondo reale George W. Bush si accanisce contro Saddam Hussein, nel mondo della fiction Bond si occupa della vera minaccia, la Corea del Nord. Con un sostanziale differenza: anziché scatenare una guerra, 007 cerca di evitarla. Se Bond riuscirà a uccidere Moon, sacrificando le vite di alcuni membri dell’entourage del colonnello ed eventualmente la propria, ci sarà finalmente una possibilità di pace tra le due Coree. Un modo forse discutibile di risolvere le contese internazionali, ma sempre meno di altre soluzioni. Ne La morte può attendere, del resto, 007 è superato in sangue freddo da un nuovo personaggio: Jinx, l’agente dell’NSA americana, che vediamo sopprimere con estrema noncuranza il dottor Alvarez, colpevole solamente di gestire una clinica per criminali internazionali al largo di Cuba. Metodi estremi, d’accordo, quelli di Jinx come quelli di Bond. Ma, come insegna Sun-Tzu ne L’arte della guerra, il miglior generale è quello che sa usare bene i propri agenti segreti e vince la guerra evitando la battaglia aperta. Qualcuno dovrebbe spiegarlo anche a Bush.

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